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Il revisionismo è la tendenza politico-teorica che si propone di “rivedere” il marxismo alla luce delle nuove condizioni storiche, ma che in realtà ne elimina sistematicamente il contenuto rivoluzionario. Il suo fondatore storico fu Eduard Bernstein, che sostenne che le previsioni di Marx si erano rivelate errate: il capitalismo non stava andando verso la crisi e la concentrazione, il livello di vita degli operai stava migliorando. Conclusione: il socialismo si sarebbe realizzato per via evolutiva, attraverso l’accumulo di riforme, senza rivoluzione.
Rosa Luxemburg smontò sistematicamente le tesi di Bernstein in Riforma sociale o rivoluzione?: le riforme non cambiano il carattere del capitalismo, lo rendono soltanto più stabile nel breve periodo. Il riformismo non è una “via diversa” al socialismo: è la rinuncia al socialismo travestita da prudenza tattica. Lenin radicalizzò questa critica: il revisionismo non è un errore teorico ma un riflesso ideologico degli interessi dell’aristocrazia operaia e della piccola borghesia all’interno del movimento operaio.
Il revisionismo riappare in forme nuove in ogni epoca storica: il riformismo socialdemocratico del dopoguerra, l’eurocomunismo degli anni Settanta, la “terza via” degli anni Novanta. La forma cambia, ma la sostanza è invariabile: adattamento al capitalismo, rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria.
La corrente che pretende di aggiornare il marxismo eliminandone i contenuti rivoluzionari: la lotta di classe, la dittatura del proletariato, il materialismo dialettico.

