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La dittatura del proletariato indica la forma di Stato che sorge dalla rivoluzione socialista e che esprime il dominio politico della classe operaia nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo. Non è “dittatura” nel senso volgare del termine — non designa un potere arbitrario di un individuo o di una cricca — ma la forma di governo di una classe, esattamente come la democrazia parlamentare borghese è la dittatura della borghesia sul proletariato, mascherata da universalismo formale.
Lenin chiarì che ogni Stato è la dittatura di una classe: lo Stato non è un arbitro neutrale tra le classi ma uno strumento del dominio di classe. La democrazia borghese è democrazia per i capitalisti, dittatura per i lavoratori. La dittatura del proletariato è l’inverso: è democrazia per l’immensa maggioranza lavoratrice, e repressione della minoranza borghese che resiste al cambiamento rivoluzionario.
La Comune di Parigi del 1871 fu per Marx il primo modello storico della dittatura del proletariato. I tratti essenziali che Marx ne derivò: soppressione dell’esercito permanente e sua sostituzione con il popolo armato; eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari pubblici; eliminazione della separazione tra potere esecutivo e legislativo.
Il fine della dittatura del proletariato è intrinsecamente contraddittorio: è uno Stato che ha come scopo la propria estinzione. Man mano che le classi vengono abolite e la resistenza della borghesia definitivamente sconfitta, lo Stato cessa di essere necessario e si estingue gradualmente.
Il potere politico della classe operaia nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, necessario per sopprimere la resistenza della borghesia e costruire il socialismo.

