
Ascolta l'articolo
Il riformismo è la concezione politica dominante nei partiti socialdemocratici del XX secolo: il capitalismo può essere progressivamente trasformato in socialismo attraverso l’accumulazione di riforme — nazionalizzazioni, welfare state, legislazione del lavoro, politiche fiscali redistributive — senza bisogno di una rivoluzione che rompa con lo Stato borghese esistente.
La critica marxista-leninista al riformismo è di principio, non di tattica. Lo Stato borghese non è uno strumento neutrale che una maggioranza parlamentare può mettere al servizio del socialismo: è uno strumento di dominio di classe, costruito storicamente per garantire la proprietà privata dei mezzi di produzione. Lenin scrisse in Stato e rivoluzione che la macchina statale borghese non può essere semplicemente conquistata e utilizzata dal proletariato: deve essere spezzata e sostituita.
Il riformismo ha una base materiale concreta che spiega la sua duratura influenza: funziona parzialmente nei periodi di espansione capitalistica. Ma nei periodi di crisi, le riforme conquistate vengono sistematicamente attaccate e smantellate — il welfare state europeo degli ultimi decenni è l’esempio più eloquente.
La concezione che sostiene la possibilità di trasformare gradualmente il capitalismo in socialismo attraverso riforme, senza rivoluzione e senza spezzare lo Stato borghese.

