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Che cosa provoca le immigrazioni forzate e la scomparsa dei diritti sociali?

Redazione Pubblicato il 4 anni fa 5 minuti letti
L'immigrazione è un esilio forzato

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Durante la seconda metà dell’Ottocento ed i primi del Novecento, la “questione migratoria” faceva già reagire le grandi figure del comunismo.  Engels definiva l’immigrazione irlandese in Inghilterra come il fenomeno che “ha contribuito moltissimo all’abbassamento del salario e della classe lavoratrice”.

Jaurès faceva l’elogio del socialismo doganale, che proteggeva la manodopera francese contro la manodopera straniera. E Lenin si congratulava con la trasmigrazione dei popoli dovuta al capitalismo, perché se i capitalisti sfruttano nel modo più vergognoso gli operai emigrati, contribuiscono in questo modo a riunire i proletari di tutto il mondo in una prospettiva rivoluzionaria.

Per capire in che modo l’immigrazione – che; ricordiamolo, è sempre un’esilio forzato – è legata alla scomparsa dei diritti sociali, ricordiamoci che per Marx, l’esercito di riserva del capitalismo sono gli sempre gli operai. In sovrannumero, rispetto ai bisogni momentanei del capitale, sono eventualmente disponibili per essere sfruttati. Ed è tale esercito a permette all’orco del capitale di digerire la forza lavoro di cui ha bisogno, per continuare ad accumulare ricchezza.

Perciò, la colonizzazione capitalista di territori Africani, Asiatici ed Americani, apre un campo di battaglia spietato. I centri della finanza aggrediscono con inaudita violenza le ricchezze e le popolazioni locali, generando caos che spesso prosegue anche dopo la fine della colonizzazione dei territori, mentre sul continente colonizzatore – l’Europa – una militarizzazione sproporzionata prolifera in scontri di guerre incessanti.

Questo caos è necessario a far vivere la logica del profitto, secondo la quale gli operai devono sempre essere sostituiti da altri meno esigenti. Cosi, se sul continente esistono lavoratori salariati, eredi di lotte secolari, bisogna sostituirli al più presto con operai che non hanno la capacità di organizzarsi, come quelli dei paesi colonizzati, e polverizzare i lavoratori salariati. Per fare cio, esistono due soluzioni:

  • Delocalizzare in colonie (o ex-colonie) dove la mano d’opera non è salariata e non è organizzata in sindacati,
  • Se l’impresa non può essere delocalizzata, far venire sul territorio nazionale una manodopera immigrata, preferibilmente irregolare e quindi fragilizzata, incapace di potersi organizzare perché, non riconosciuta dallo stato, rischierebbe di essere espulsa.

Facendo pesare la paura dell’espulsione ai giovani lavoratori e lavoratrici che arrivano, fuggendo il caos coloniale o post-coloniale, pronti a lavorare senza pretendere troppo, i capitalisti sfruttano al massimo le loro competenze. Gli fanno inoltre apparire come un problema, come persone “indesiderate”, che “rubano il lavoro” quando invece la precarietà colpisce tutti, immigrati e non. Agendo in questo modo i capitalisti usufruiscono di “armi di distrazione di massa” tramite i media, proprietà di una manciata di miliardari, che giorno dopo giorno, parlano del miraggio del pericolo migratorio.

Mentre viene cosi stigmatizzata una parte della classe operaia, tutti gli lavoratori, immigrati e non, subiscono i drammi delle politiche neo liberali, fino a morire schiacciati sul posto di lavoro.

Noi del Partito Comunista rivendichiamo che tutti i lavoratori abbiano gli stessi diritti sociali e politici degli operai nazionali. Bisogna incentivare la solidarietà di fronte ai padroni, e sfruttare il diritto in chiave sovversiva. Le persone minacciate nel loro paese sia per la loro sicurezza che per la loro integrità da meccanismi politici e/o economici hanno il diritto di rivendicare di andare altrove, cosi come quando le risorse del proprio paese sono sfruttate da un paese imperialista che favorisce sia la rapina delle risorse sia la corruzione delle classi dirigenti pur di mantenerle al potere.

Gli spostamenti delle popolazioni sono state una dimensione costitutiva dell’umanizzazione. Fu un’opportunità per lo sviluppo delle capacità. Limitare, anzi proibire gli spostamenti ai poveri, mentre i ricchi e i potenti possono usufruirne su tutto il pianeta, inquinandolo e distruggendolo è un’ipocrisia innomabile.

Fino a quando il Mediterraneo sarà la tomba di migliaia di uomini, donne e bambini che credevano nella possibilità di migliorare le loro condizioni di vita? I mercati finanziari si burlano delle frontiere e degli eventuali muri, che servono solo a produrre clandestini da stigmatizzare. Quando regna la concorrenza, quando la ridistribuzione è inoperativa, quando il senso della solidarietà viene smussato, il migrante e lo straniero diventano minacce come lo fu il contadino sradicato dall’esodo rurale.

Il mondo operaio poté essere tentato di rifiutare l’altro, ma il movimento operaio combatté tale tendenza: non si accontentò di accogliere, ma seppe spiegare che l’avanzamento dei diritti per tutti era la condizione per migliorare la vita di ognuno, qualunque fosse l’origine.

Che società è quella in cui si lasciano i ricchi aggirare le regole per arricchirsi sempre più, senza che ci sia qualche utilità mentre si punta il dito contro una popolazione di per sé fragile? Il problema non è il migrante, ma la giungla sociale che aizza volutamente gli individui contro i capri espiatori e non contro le logiche discriminanti e barbariche del potere e del denaro.

Solo il Socialismo come progetto alternativo di società può battere la globalizzazione capitalistica, rifiutando le guerre e l’imperialismo di rapina che sono la causa principale della migrazione dall’Africa e dai paesi poveri, come lo ha detto il nostro segretario Marco Rizzo.

 

 

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