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Il proletariato (dal latino proletarius) è, nel marxismo, la classe dei lavoratori salariati che non possiedono i mezzi di produzione e sono costretti a vendere la propria forza-lavoro per vivere. Non è definito semplicemente dalla povertà — ci sono stati poveri in tutte le epoche — ma dalla specifica posizione nei rapporti di produzione capitalistici: il proletario è il produttore di plusvalore che appartiene ad altri.
Marx e Engels nel Manifesto identificano nel proletariato la classe rivoluzionaria dell’epoca moderna per ragioni strutturali, non sentimentali. È l’unica classe che non ha interessi privati da difendere nell’ordine capitalistico — non ha proprietà da proteggere, non ha privilegi da mantenere. Il capitalismo stesso, concentrando i lavoratori nelle grandi fabbriche, forgia le condizioni materiali e organizzative della coscienza e dell’azione collettiva. “Il proletariato non ha niente da perdere tranne le proprie catene. Ha un mondo intero da guadagnare.”
Lenin precisò l’analisi distinguendo all’interno della classe operaia tra il nucleo più avanzato — il proletariato industriale concentrato nella grande industria — e gli strati più eterogenei e instabili. Il proletariato industriale è la forza dirigente della rivoluzione; ma il partito deve lavorare per unificare sotto la propria direzione tutti i lavoratori salariati, compresi i contadini poveri e i semi-proletari.
La classe dei salariati privata dei mezzi di produzione, costretta a vendere la propria forza-lavoro; la classe potenzialmente rivoluzionaria nell'epoca capitalista.


