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MILANO DA BERE
La rivolta di Milano non è lotta di classe: è la vittoria del capitale sull’emarginazione
Gli scontri di Milano, con gang di giovanissimi che devastano vetrine e rubano iPhone, non hanno nulla a che vedere con la lotta di classe. Sono la sconfitta politica degli esclusi, non la loro ribellione. Marx, Gramsci e Stalin ci aiutano a capire perché: senza coscienza di classe e senza partito, la rabbia dei marginalizzati non scalfisce il capitale, lo conferma.
Premessa: perché Gramsci e Stalin, non Marx “romantico”.
Quando si analizza un fenomeno come quello di Milano, il rischio è duplice: da un lato, il moralismo piccolo-borghese che liquida tutto come “teppismo”; dall’altro, l’infantilismo di sinistra che vede in ogni vetrina rotta un segnale rivoluzionario. Entrambe le letture sono sbagliate. Per uscirne, servono gli strumenti del marxismo-leninismo nella sua versione più rigorosa: quella di Gramsci sull’egemonia e il blocco storico, e quella di Stalin sulla costruzione del soggetto rivoluzionario e sul ruolo del partito.
Gramsci ci insegna che la lotta di classe non è spontaneismo: è guerra di posizione, conquista di egemonia, capacità di costruire alleanze sociali. Stalin ci ricorda che senza organizzazione e senza coscienza, la rabbia delle masse non diventa forza rivoluzionaria, ma materiale inflammabile nelle mani del nemico. Applicare questi parametri alla rivolta milanese non è un esercizio accademico: è l’unico modo per non confondere la rabbia con la coscienza, e la devastazione con la trasformazione.
Il lumpenproletariato non è il proletariato: Marx lo sapeva bene.
Marx, nel 18 Brumaio, fu chiarissimo sul lumpenproletariato: quella massa di diseredati, criminali, vagabondi, prostitute e avventurieri che non intrattiene alcun rapporto stabile con la produzione. È una classe per sé, non in sé: esiste come aggregato sociale, ma non come soggetto storico capace di negare il capitale . La sua caratteristica non è la ribellione contro lo sfruttamento, ma l’assenza di collocazione produttiva. Per questo Marx la definì “la classe pericolosa” non perché minacci il capitale, ma perché è disponibile a essere comprata da chiunque — da Bonaparte come dai gangster di periferia.
I giovani delle gang milanesi, in maggioranza minorenni, non sono operai in lotta. Sono esclusi dal ciclo produttivo e inclusi nel ciclo del consumo solo come spettatori. Le vetrine scintillanti del centro non sono il luogo del loro sfruttamento: sono il luogo della loro esclusione simbolica. Romperle per prendere un iPhone non è un atto contro il capitale; è un atto di consumo distorto, che conferma il valore di scambio della merce che si vorrebbe possedere. Il capitale non trema: incassa il danno assicurato, ricostruisce la vetrina, e nel frattempo il telefono rubato entra nel mercato nero, alimentando un altro circuito di valorizzazione.
Gramsci: senza egemonia non c’è rivoluzione, solo rivolta.
Gramsci avrebbe letto Milano con la categoria della crisi di egemonia. Le periferie milanesi non sono un blocco sociale omogeneo; sono un arcipelago di marginalità frammentate, senza partito, senza sindacato, senza intellettuali organici capaci di trasformare il disagio in progetto. La rivolta di piazza non è “guerra di movimento”: è spontaneismo senza direzione, esattamente ciò che Gramsci considerava il limite delle rivolte contadine del Sud e delle jacquerie urbane.
La sua distinzione tra società civile e società politica è decisiva. Le vetrine di via Montenapoleone sono società civile: rappresentano l’egemonia del capitale nel quotidiano, nel desiderio, nel gusto. Romperle non scalfisce quella egemonia; la conferma, perché mostra che l’unico rapporto che gli esclusi sanno intrattenere con quel mondo è la rapina, non la costruzione di un’alternativa. Gramsci avrebbe detto: questa non è lotta per l’egemonia, è resa all’egemonia — la forma più disperata di riconoscimento del potere del capitale.
Stalin: senza partito e senza coscienza, la rabbia è solo carburante per il nemico
Stalin, nella sua critica alle deviazioni spontaneiste e nel suo lavoro sulla costruzione del partito, fu altrettanto netto: la classe operaia non diventa rivoluzionaria spontaneamente. La coscienza di classe va costruita, organizzata, disciplinata. Senza questo passaggio, la rabbia delle masse marginalizzate non è una risorsa: è un rischio.
Le gang milanesi non hanno alcun rapporto con la classe operaia organizzata. Non hanno una piattaforma, non hanno una direzione politica, non hanno obiettivi che vadano oltre il consumo immediato. La loro azione è individualistica nella forma e criminale nel metodo, anche quando è collettiva nella manifestazione. Stalin avrebbe visto in questo la conferma che senza partito di avanguardia, le masse diseredate non minacciano il capitale: lo servono, fornendo al sistema la giustificazione per la militarizzazione delle città, per la repressione, per l’ulteriore esclusione.

Il 1968 non c’entra nulla: la differenza è la coscienza
Il paragone con il Sessantotto è fuorviante e politicamente pericoloso. Nel ’68 c’era un soggetto sociale — studenti e operai — che aveva una coscienza critica del capitale, una cultura politica, una capacità di collegare la contestazione universitaria alla lotta di fabbrica. C’era un progetto, anche confuso, di alternativa. C’era egemonia in costruzione svanita poi nel nulla a simbolo che il capitale anche allora vinse.
A Milano oggi non c’è nulla di tutto questo. Non c’è progetto, non c’è coscienza, non c’è alleanza. C’è la rabbia cieca di chi è stato espulso dal gioco e non sa come rientrarci se non con la forza. Il capitale non teme questa rabbia: la usa. La usa per giustificare le telecamere, i cordoni, la gentrificazione, l’espulsione definitiva dei poveri dal centro. Ogni vetrina rotta è un argomento in più per chi vuole “riportare l’ordine”. E l’ordine, nel capitalismo, è sempre l’ordine del capitale.
In conclusione, la vittoria del capitale è la nostra sconfitta politica
La rivolta di Milano non è un segnale di crisi del capitale. È un segnale di crisi della politica rivoluzionaria. L’assenza di un partito comunista radicato nelle periferie, capace di trasformare il disagio in coscienza e la rabbia in progetto, è la vera notizia. Gramsci e Stalin ce lo dicono con cento anni di distanza: senza organizzazione non c’è rivoluzione, e senza rivoluzione la rabbia degli esclusi è solo manodopera gratuita per il capitale.
Chi vuole davvero la fine di questo sistema non può limitarsi a indignarsi per le vetrine rotte. Deve chiedersi perché quelle vetrine siano l’unico orizzonte visibile per chi è stato espulso dalla città. E deve ricostruire, dal basso, gli strumenti — partito, sindacato, intellettuali organici — capaci di trasformare la disperazione in forza politica. Altrimenti, la prossima vetrina rotta sarà ancora una volta la prova che il capitale ha vinto.
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