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I servizi ai lavoratori? Un costo da tagliare
L’impiegato statale in Italia – quello che timbra i passaporti, rilascia la carta d’identità, assiste un detenuto all’estero – non è un servitore del popolo. È il commesso di un’azienda padronale che si chiama Stato. L’ultimo biennio del ministero degli Esteri Antonio Tajani lo dimostra : la Farnesina si è trasformata, con sempre maggior brutalità, in una società di promozione degli affari della grande borghesia. Ricordiamo sempre che la Farnesina è stata privatizzata di fatto dall’ultimo governo Conte, a testimoniare che l’arco parlamentare è solo un teatro dove l’obbiettivo comune è spartirsi la torta del giro di affari della Farnesina . Caso concreto che i servizi per i lavoratori italiani all’estero spariscono ed i profitti salgono è il caos del rinnovo dei documenti che non è un incidente, non ultimo quello delle nuove carte di identità elettronica, ma è la forma che assume oggi la violenza di classe.
La struttura segue l’export: lo Stato come azionista di sé stesso
Nessuna neutralità. Per la teoria leninista dello Stato – che è l’unica che non tradisce il punto di vista del proletariato – lo Stato borghese è “il comitato esecutivo degli affari della classe capitalista”. Non “serve” i cittadini: serve il capitale. E quando il capitale ha bisogno di aprirsi nuovi mercati, aumentare l’export, sostenere le esportazioni in un mondo segnato dalla crisi di sovrapproduzione e dalla guerra intercapitalista, lo Stato si riorganizza. Esattamente quello che ha fatto la Farnesina con la riforma “a costo zero” voluta da Tajani.
Cosa significa “a costo zero”? Significa che le risorse si spostano dai bisogni della forza-lavoro alla valorizzazione del capitale. Nuove direzioni generali per la crescita e la promozione delle esportazioni, task force contro i dazi, centinaia di milioni di euro stanziati per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese: 161 milioni per 361 imprese, 138 milioni per altre 311, 63 milioni per 153 imprese. Numeri da manuale del capitalismo monopolistico di Stato.
Ma attenzione: lo stesso ministero taglia, in modo strisciante ma sistematico, i servizi consolari. Per i lavoratori emigrati, per i tanti precari all’estero, per i pensionati che vivono in Europa o in Sudamerica, la carta d’identità elettronica diventa un miraggio, gli appuntamenti consolari slittano di mesi, la tutela legale in caso di detenzione è un diritto teorico che si scontra con la cronica carenza di personale.
Il Walzer dei diplomatici e la dittatura dei privilegi
La casta diplomatica – con le sue indennità di servizio estero, le sue carriere accelerate, la sua separatezza dal mondo del lavoro – non è affatto vittima di questa riforma. Al contrario, ne è il braccio esecutivo. Gli ambasciatori e i consoli di carriera continuano a godere di retribuzioni che nulla hanno a che vedere con i redditi della classe lavoratrice (un ambasciatore capo struttura supera i 255.000 euro lordi annui). E nel frattempo il personale di supporto viene precarizzato, esternalizzato, ridotto all’osso.
Il “Walzer dei diplomatici” è la coreografia che maschera la realtà: una burocrazia di casta che serve la borghesia e si serve dello Stato. Non esiste contraddizione tra i loro stipendi e i tagli ai servizi. Anzi, è esattamente la logica del capitale: concentrare le risorse sul personale dirigente che promuove l’accumulazione, ridurre al minimo il costo del lavoro “esecutivo” e spremere i servizi alla popolazione fino all’osso.
La crisi dei documenti non è un errore, è una lezione
Perché i consolati non riescono a garantire un passaporto in tempi ragionevoli? Perché manca il personale, perché le assunzioni sono bloccate, perché la digitalizzazione è stata fatta male, perché chi decide ha messo al primo posto la promozione dell’export, non il diritto dei cittadini a esistere amministrativamente.
Ma l’analisi marxista-leninista non si ferma alla denuncia. Deve chiedersi: chi trae vantaggio da questo caos? La risposta è amara. Il caos amministrativo funziona come un meccanismo di selezione di classe: chi ha soldi può pagare un’agenzia, chi ha conoscenze può accelerare le pratiche, chi è benestante può tornare in Italia con un volo e risolvere tutto in questura. Il lavoratore comune, l’emigrato che vive in periferia, il precario che non può permettersi un avvocato, resta bloccato. E in questo modo, il diritto a esistere come cittadino – a votare, a viaggiare, a dimostrare la propria identità – diventa un privilegio di classe.
Questa è violenza di classe. Non violenza fisica, ma violenza strutturale: lo Stato capitalista che, nel suo agire quotidiano, nega i bisogni elementari dei lavoratori perché quei bisogni non producono profitto.
Gramsci e l’egemonia: l’ideologia “Italia azienda”
Gramsci ci ha insegnato che la borghesia non governa solo con la coercizione (polizia, esercito, tribunali), ma anche con l’egemonia culturale : con la capacità di far apparire i propri interessi particolari come interessi universali. L’operazione culturale della Farnesina sotto Tajani è perfetta in questo senso. L’export diventa una bandiera nazionale, il “made in Italy” un orgoglio popolare, la crescita delle esportazioni un bene comune. E chi si oppone – chi chiede servizi, chi denuncia il caos consolare – viene dipinto come un nostalgico, un burocrate, un nemico della modernità.
Ma noi rovesciamo questa lettura. Non c’è modernità nella cancellazione dei diritti. C’è solo la forma più spudorata della dittatura del capitale. E la sinistra parlamentare, con le sue interrogazioni e le sue mozioni, non scalfisce questo meccanismo: lo legittima, chiedendo allo stesso Stato borghese di essere un po’ meno cattivo, di dividere la torta in modo un po’ più equo. Ma la torta è avvelenata, perché è fatta di plusvalore rubato.
La soluzione non è la riforma, è la rivoluzione
La conclusione è una sola, e non può essere addolcita: lo Stato borghese, nella sua fase imperialista, non può garantire servizi efficienti e universali per i lavoratori. Perché quella non è la sua funzione. La sua funzione è garantire l’accumulazione. Se i due obiettivi entrano in conflitto – come oggi accade in modo drammatico – lo Stato sceglie senza esitazione il profitto e scarica sulla classe lavoratrice il costo della crisi.
Non possiamo chiedere a questo Stato di essere diverso. Possiamo solo distruggerlo e costruire uno Stato socialista, dove la produzione è pianificata, la proprietà è collettiva e le funzioni amministrative sono esercitate dagli stessi lavoratori, senza casta burocratica, senza “Walzer dei diplomatici”, senza bisogno di correre dietro a un passaporto che dovrebbe essere un diritto e diventa invece un lusso.
La lotta per i servizi consolari è quindi parte della lotta di classe. Non è una rivendicazione minore, non è una battaglia corporativa. È uno dei terreni su cui si manifesta oggi la contraddizione inconciliabile tra capitale e lavoro. Ed è compito di noi comunisti marxisti leninisti e non dei riformisti, correntisti, miglioristi, in una parola, Troskisti, portare questa contraddizione fino alle sue estreme conseguenze: l’insurrezione della classe lavoratrice contro lo Stato padronale.
Né interrogazioni, né lamentele. Solo organizzazione e lotta rivoluzionaria.
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