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L’impatto ambientale delle guerre -1a Parte: dalla Seconda guerra mondiale ad oggi

« La violenza è la levatrice di ogni vecchia società che ne porta in grembo una nuova. » Karl Marx, Il Capitale, Libro I, cap.24 (1867)
Redazione Pubblicato il 1 giorno fa 13 minuti letti
L'impatto ambientale delle guerre

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La Terra brucia! Non solo per il cambiamento climatico, termine asettico che nasconde i nomi dei veri responsabili, ma anche per l’impatto ambientale delle guerre: bombe, i napalm, i defolianti, le petroliere affondate, i pozzi incendiati, i fiumi avvelenati, le foreste rase al suolo da eserciti al servizio del capitale. Ogni guerra imperialista è anche una guerra contro la natura. Ogni conflitto armato è anche un ecocidio.

Dall’agosto del 1945, quando le bombe atomiche statunitensi cancellarono Hiroshima e Nagasaki trasformando la vita stessa in cenere radioattiva, il sistema capitalista-imperialista ha prodotto una catena ininterrotta di devastazioni ambientali attraverso la guerra. In Vietnam, l’Agente Orange ha avvelenato milioni di ettari di foresta tropicale. In Iraq, i pozzi petroliferi in fiamme hanno oscurato il cielo. In Congo, la corsa alle risorse minerarie alimenta conflitti che distruggono l’ecosistema del bacino del fiume più ricco d’acqua del mondo. In Palestina, i bombardamenti israeliani demoliscono sistemi idrici, centrali elettriche, terre agricole. Dalla Seconda guerra mondiale fino ai conflitti contemporanei, l’impatto ambientale delle guerre ha provocato devastazioni profonde e durature degli ecosistemi: contaminazioni chimiche, distruzione delle risorse naturali e alterazioni irreversibili di interi territori. Tali fenomeni non possono essere considerati semplici effetti collaterali. Si inseriscono invece nelle dinamiche strutturali del capitalismo contemporaneo, caratterizzato dalla competizione tra potenze, dalla ricerca di nuovi mercati, dall’appropriazione delle risorse naturali e dalla subordinazione della natura alle esigenze dell’accumulazione del capitale.

L’impatto ambientale delle guerre, non è un effetto collaterale accidentale del capitalismo: È una delle sue logiche fondamentali. Non basta invocare una “pace verde” o un “capitalismo ecologico”. Occorre nominare il nemico: l’imperialismo, il complesso militare-industriale, la classe dominante che accumula profitti sulla doppia distruzione : quella degli esseri umani e degli ecosistemi.

I — I fondamenti teorici: Il capitalismo e l’impatto ambientale delle guerre

La guerra come espressione delle contraddizioni del capitalismo 

Le guerre contemporanee non possono essere comprese esclusivamente attraverso motivazioni diplomatiche o strategiche, ma devono essere analizzate nel quadro dei rapporti economici globali e delle lotte per il controllo delle risorse. Lenin, nel 1916, definisce l’imperialismo come “lo stadio supremo del capitalismo”: la fase in cui la concentrazione del capitale, la fusione del capitale bancario con quello industriale e la spartizione del mondo tra le potenze imperialistiche producono inevitabilmente la guerra. La Prima e la Seconda Guerra Mondiale, le guerre coloniali, i conflitti del dopoguerra: tutti espressioni della stessa logica di accumulazione e di dominio. E c‘è una dimensione oggi insopprimibile: il capitalismo non distrugge solo forza-lavoro e infrastrutture nel corso delle sue guerre, distrugge anche la base materiale della vita stessa: il suolo, l’acqua, l’aria, la biodiversità. Il metabolismo tra l’umanità e la natura, che Marx, nel libro III del Capitale, aveva identificato come condizione fondamentale di ogni produzione, viene spezzato in modo brutale e spesso irreversibile dal fuoco delle guerre capitaliste. Ogni guerra imperialista che è ghiotta di nuovi mercati, nuove riserve di manodopera e nuove risorse naturali è quindi anche una guerra di depredazione della natura.                                                                

 “La violenza è la levatrice di ogni vecchia società che ne porta in grembo una nuova” secondo Karl Marx. Questa violenza, nel capitalismo contemporaneo, non si esercita solo sulle classi lavoratrici umane: si esercita sul pianeta intero. L’accumulazione primitiva descritta da Marx nel libro I del Capitale, ossia l’espropriazione violenta delle comunità contadine dalla terra  non è terminata. Continua oggi nelle guerre per le risorse, nelle privatizzazioni dell’acqua, nelle devastazioni minerarie in zone di conflitto.

 L’impatto ambientale delle guerre: L’ecocidio come categoria politica

Il termine “ecocidio” cioè la distruzione su larga scala degli ecosistemi è stato coniato negli anni ’70, nei dibattiti sull’utilizzo del defoliante Agente Orange in Vietnam. Negli ultimi decenni, alcune correnti giuridiche e politiche ne chiedono il riconoscimento come crimine internazionale. Ma la categoria dell’ecocidio, così come appare nel discorso liberale, rischia di essere neutralizzata se non si lega all’analisi delle strutture di classe che la producono. L’ecocidio di guerra si manifesta attraverso la contaminazione dei suoli, la distruzione delle foreste, l’inquinamento delle acque, l’emissione massiccia di gas serra e la compromissione delle condizioni di vita delle popolazioni civili. La natura diventa così vittima diretta dei conflitti armati.

L’ecocidio non è un errore del sistema: è una caratteristica strutturale del capitalismo in guerra. Le imprese che producono armi, le compagnie petrolifere che finanziano conflitti, gli Stati imperialisti che ne fanno uso: tutti traggono profitto dalla distruzione della natura nel corso dei conflitti armati. L’ecocidio è una categoria politica solo se denuncia questa catena di responsabilità di classe. Deve mostrare come la distruzione ambientale di guerra sia inseparabile dall’imperialismo, e come qualsiasi soluzione reale richieda la fine del sistema che la produce. Non si tratta di riformare le leggi internazionali  che rimangono strumenti nelle mani delle potenze dominanti ma di costruire un potere politico alternativo capace di imporre una relazione radicalmente diversa tra umanità e natura.

II — Analisi storica dell’impatto ambientale delle guerre dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi

Le guerre coloniali e neocoloniali (1945–1975)

La fine della Seconda Guerra Mondiale non porta la pace: porta il trasferimento della violenza imperialista verso il Sud globale. Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Portogallo e Stati Uniti conducono guerre coloniali e neocoloniali che lasciano cicatrici ambientali profonde.

In Vietnam, il conflitto condotto dagli Stati Uniti tra il 1955 e il 1975 costituisce uno degli esempi più evidenti dell’impatto ambientale delle guerre. L’operazione Ranch Hand condotta dall’aviazione statunitense, tra il 1962 e il 1971, distrugge con l’Agente Orange oltre tre milioni di ettari di foresta tropicale. Questo defoliante, prodotto da Monsanto e Dow Chemical, contiene diossina che è uno dei veleni più potenti mai sintetizzati che contamina i suoli per decenni, avvelena le falde acquifere, causa cancri, malformazioni genetiche e morti premature in milioni di persone, per generazioni. Il bombardamento massiccio di B-52 crea oltre ventisei milioni di crateri che alterano in modo permanente la morfologia del suolo e i cicli idrici. Le mangrovie delle coste vengono distrutte, impoverendo interi sistemi ecologici marini.

In Algeria, la guerra d’indipendenza (1954–1962) è accompagnata da una politica sistematica di distruzione delle risorse naturali e agricole delle popolazioni algerine. I raggruppamenti forzati che spostano milioni di contadini devastano il rapporto tra le comunità e la terra. In Kenya, la repressione della rivolta Mau Mau avviene in parallelo all’espropriazione massiccia delle terre dei Kikuyu a favore dei coloni britannici.

La guerra di Corea (1950–1953) tra la Repubblica di Corea sostenuta dagli USA e la Repubblica popolare democratica di Corea sostenuta da Cina e URSS vede l’utilizzo di bombardamenti incendiari su larga scala da parte dell”US Air Force con napalm, che distrugge foreste, terreni agricoli e infrastrutture idriche sull’intera penisola. l’impatto ambientale delle guerresono stati così profondi da modificare durevolmente la composizione delle specie vegetali nelle zone colpite. 

Questi conflitti condividono una logica comune: la distruzione della natura e l’impatto ambientale delle guerre è parte integrante della strategia contro le popolazioni resistenti. Privare le guerriglie e le popolazioni civili delle risorse naturali quali acqua, foreste, raccolti è una tattica militare deliberata.

 

L’impatto ambientale delle guerre è chiaramente un mezzo al servizio della contro-insurrezione imperialista. 

Le guerre per procura e i conflitti del petrolio (1975–2000)

Durante la Guerra fredda e nella fase immediatamente successiva, numerosi conflitti sono influenzati dalla competizione tra grandi potenze e dal controllo delle risorse energetiche. La guerra Iran-Iraq, l’invasione del Kuwait e la Prima guerra del Golfo provocano enormi danni ambientali. Gli incendi dei pozzi petroliferi, le fuoriuscite di idrocarburi e la contaminazione atmosferica mostrano come la lotta per il controllo delle risorse fossili possa trasformarsi in una catastrofe ecologica.

La guerra del Golfo del 1991 produce anche uno degli ecocidi più evidenti della storia recente dell’impatto ambientale delle guerre. La ritirata delle forze irachene dal Kuwait (mentre avanzano le forze della coalizione occidentale comandate dagli Stati Uniti) è accompagnata dall’incendio di oltre seicento pozzi petroliferi. Le colonne di fumo nero oscurano il cielo del Golfo Persico per mesi, con ricadute di idrocarburi che avvelenano i suoli su migliaia di chilometri quadrati. Gli sversamenti in mare costituiscono uno dei più grandi disastri ecologici marini mai registrati. I danni agli ecosistemi del Golfo Persico sono ancora visibili.

In Angola e Mozambico, le guerre civili alimentate dagli interventi statunitensi e sudafricani contro i movimenti di liberazione marxisti devastano ambienti naturali eccezionali. In Angola, le mine antiuomo disseminate su decine di migliaia di chilometri quadrati rendono impossibile la coltivazione di vaste zone per generazioni, producendo abbandono delle terre e desertificazione. 

In America Centrale, i conflitti in Nicaragua, El Salvador e Guatemala dove le dittature militari sono sostenute dagli Stati Uniti comportano la distruzione sistematica di foreste tropicali e di comunità indigene legate all’ecosistema. La “deforestazione militare” vale a dire l’abbattimento di foreste per negare rifugio alle guerriglie è una pratica tutt’altro che rara.

Le guerre della mondializzazione neoliberale (dal 2000 ad oggi)

Nella fase contemporanea, le guerre imperialiste si articolano sempre più esplicitamente intorno al controllo delle risorse naturali in un contesto di crisi ecologica globale. L’acqua, le terre rare, il petrolio, il gas naturale, i minerali critici per la transizione tecnologica: tutto diventa posta in gioco militare. Le infrastrutture energetiche, gli impianti industriali e le reti idriche sono diventati obiettivi strategici. La ricostruzione permanente delle aree devastate richiede inoltre enormi quantità di materiali e di energia, contribuendo ulteriormente all’impronta ecologica della guerra.

Le guerre in Iraq (2003–2011) e Afghanistan (2001–2021) producono danni ambientali su larga scala. In Iraq, i combattimenti distruggono il sistema di dighe e canali d’irrigazione che alimenta la Mesopotamia da millenni. L’inquinamento derivante dai rifiuti militari, compresi i “burn pits” vale a dire le fosse dove vengono bruciati i rifiuti tossici delle basi americane a cielo aperto avvelena falde acquifere e popolazioni locali, causando cancri e malformazioni. I proiettili all’uranio impoverito utilizzati nei bombardamenti (armi perforanti fabbricate con scarti della produzione del combustibile per le centrali atomiche e delle testate per bombe nucleari) lasciano contaminazioni radioattive in decine di siti. 

In Congo, la “guerra delle risorse” che dura da oltre trent’anni distrugge sistematicamente uno degli ecosistemi più ricchi e biodiversi del pianeta. Il controllo del coltan, del cobalto, del tungsteno che sono minerali indispensabili per le industrie tecnologiche del Nord globale alimenta conflitti che devastano la foresta congolese, avvelenano i fiumi con i rifiuti minerari, distruggono le comunità che vivono in relazione con questi ecosistemi.

La guerra in Yemen condotta dall’Arabia Saudita con armamenti e supporto logistico degli Stati Uniti e del Regno Unito ha prodotto una delle più gravi crisi ambientali del XXI secolo. I bombardamenti sistematici di infrastrutture idriche, il blocco dei porti che impedisce l’importazione di carburante per le pompe dell’acqua, la distruzione delle terre agricole: tutto questo ha trasformato il paese più povero del Medio Oriente in un deserto umano e naturale.

Infine, la guerra in Ucraina, provocata dall’espansione della NATO verso Est e dall’incapacità del capitalismo europeo di costruire un ordine di sicurezza inclusivo, produce danni ambientali che si estendono ben oltre il teatro del conflitto. L’esplosione del gasdotto Nord Stream di cui si tenta a malapena di oscurare le responsabilità reali ha liberato nell’atmosfera quantità di metano equivalenti all’emissione annuale di diversi paesi europei. La centrale nucleare di Zaporijjia, teatro di confronto militare, rappresenta un rischio catastrofico per il continente europeo.

III — Meccanismi strutturali di distruzione ambientale di guerra  

Il complesso militare-industriale come attore centrale

Eisenhower, nel discorso del 17 gennaio 1961, avvertiva del pericolo del “complesso militare-industriale”: l’alleanza tra industria degli armamenti, forze armate e potere politico che rischia di impadronirsi della democrazia americana. Sessant’anni dopo, questo complesso è cresciuto in modo esponenziale ed è diventato globale. 

Le spese militari mondiali hanno superato nel 2023 i duemila miliardi di dollari annui. Lockheed Martin, Raytheon, Boeing Defense, BAE Systems, Northrop Grumman: queste imprese registrano profitti record in ogni periodo di guerra o di tensione internazionale. Il loro interesse strutturale è il contrario della pace: ogni conflitto è un’opportunità di mercato, ogni crisi internazionale è un catalizzatore di commesse. 

Ma il complesso militare-industriale non è solo produttore di armi: è anche uno dei principali inquinatori del pianeta. L’esercito americano è la più grande istituzione consumatrice di petrolio al mondo. Secondo le stime disponibili, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti produce ogni anno circa quaranta milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti, più dell’intera emissione annua di paesi come il Portogallo o la Danimarca. E queste cifre non includono le emissioni prodotte dai conflitti che gli USA finanziano o scatenano.

Il paradosso feroce è che il complesso militare-industriale è anche, attraverso i suoi legami con le industrie fossili, uno degli attori principali del cambiamento climatico che a sua volta produce le “guerre climatiche” del futuro: conflitti per l’acqua, per le terre coltivabili, per i rifugi dalle inondazioni. 

La militarizzazione come ostacolo alla transizione ecologica

Ogni euro speso in armamenti è un euro sottratto alla transizione ecologica. Questa equazione elementare è sistematicamente ignorata dal discorso politico dominante, che presenta il riarmo come compatibile o addirittura complementare con la risposta alla crisi climatica. 

In Europa, dopo il 2022, i paesi della NATO hanno aumentato drasticamente le loro spese militari, presentando questo riarmo come risposta all’aggressione russa. Nello stesso tempo, i fondi per la transizione energetica, l’isolamento degli edifici, la mobilità sostenibile, la protezione della biodiversità vengono ridimensionati. La scelta è esplicita: il capitale europeo preferisce finanziare la guerra piuttosto che la vita.

Ma la militarizzazione ostacola la ‘transizione ecologica’ anche in altri modi. Le basi militari occupano vasti territori sottratti ad altri usi. Le esercitazioni militari devastano ecosistemi fragili: dune costiere, zone umide, foreste. I contratti militari segreti sottraggono risorse tecnologiche ed umane che potrebbero essere impiegate nella ricerca energetica. E la logica militare (centralizzazione, gerarchia, segretezza) è l’opposto della logica democratica e partecipativa che una transizione ecologica giusta richiederebbe. Il militarismo contribuisce a perpetuare un modello economico fondato sulla competizione internazionale e sulla crescita illimitata, ostacolando l’adozione di strategie ecologiche di lungo periodo.

L’impatto ambientale delle guerre: La distruzione della natura come arma di guerra e arma di dominazione di classe

Uno dei meccanismi più insidiosi e meno discussi è l’utilizzo deliberato della distruzione ambientale come strumento di guerra e di dominazione delle popolazioni. Non si tratta di un effetto collaterale: si tratta di una tattica militare consapevole di controllo delle popolazioni e dei territori che ha radici profonde nella storia coloniale. 

L’avvelenamento delle falde acquifere, la distruzione delle infrastrutture di irrigazione, l’incendio dei raccolti, la contaminazione dei pascoli: queste pratiche servono a spezzare la resistenza delle popolazioni attraverso la loro privazione delle condizioni materiali di vita. Sono pratiche di “terra bruciata” che colpiscono non solo i combattenti ma l’intera comunità, e i cui effetti persistono per decenni dopo la fine del conflitto formale. 

In Palestina, la distruzione sistematica delle serre di Gaza, degli ulivi pluricentenari della Cisgiordania, delle infrastrutture idriche di Rafah: tutto questo non è “danno collaterale”, è la continuazione della pulizia etnica con mezzi ecologici. Privare una popolazione del suo rapporto con la terra è un modo di negare la sua identità, la sua storia, la sua possibilità di futuro.

Questa dimensione della guerra ecologica è anche una dimensione di classe: colpisce sempre le popolazioni più vulnerabili, quelle che dipendono direttamente dagli ecosistemi per la loro sopravvivenza, quelle che non hanno le risorse per comprare cibo importato quando le colture locali vengono distrutte. Le classi possidenti possono permettersi di delocalizzare, di importare, di adattarsi. Le classi popolari non affatto! 

 

L’impatto ambientale delle guerre dalla Seconda guerra mondiale ad oggi -2a Parte

 

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