Partito Comunista – Federazione Estero

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24/12/2020 By Redazione Non attivi

Il Frontalierato Italiano Nel Canton Ticino

I frontalieri italiani che lavorano in Ticino sono circa 70.000. Molti sono impiegati nel settore sanitario, tanto che in alcuni istituti formano più della metà del personale. La loro presenza per il Ticino risulta fondamentale a causa delle politiche di risparmio adottate dai governi borghesi e della presenza del numero chiuso nelle facoltà di medicina.

A tal proposito lo stesso ministro Federale Alain Berset ha spiegato l’importanza del frontalierato italiano in Ticino: “senza frontalieri il sistema sanitario ticinese non potrebbe funzionare normalmente”. Tale dichiarazione assume connotati inquietanti soprattutto quando, come noto, il fenomeno del frontalierato è elemento divisivo della classe lavoratrice tutta. Conseguenza di tale divisione è la convergenza dei lavoratori svizzeri verso le destre nazionaliste (UDC, Lega dei Ticinesi), maestre del dividi et impera.

Questione centrale è che la Svizzera forma solo la metà del personale infermieristico necessario a soddisfare i bisogni dei suoi cittadini. I partiti borghesi infatti hanno tagliato pesantemente la sanità pubblica favorendo le cliniche private. Hanno evitato la formazione di un numero adeguato di infermieri qualificati dando spazio a curricula in ambito socioassistenziale meno costosi, peggiorando di conseguenza le condizioni lavorative del personale sanitario.

Negli altri settori lavorativi invece riscontriamo una vera e propria sostituzione di manodopera, tramite la quale, il lavoratore frontaliere accetta un salario di molto inferiore rispetto a quello percepito dal lavoratore residente il quale deve, per giunta, far fronte all’elevato costo di vita in Svizzera. Proprio queste dinamiche sono all’origine del “dumping salariale” che spinge i salari nel vortice di una competizione al ribasso per TUTTI i lavoratori. A far da corollario al “dumping salariale” è il cosiddetto salario minimo mensile, frutto del compromesso tra i partiti borghesi, di 20 franchi/h, il quale di certo non è sufficiente a fermare tale fenomeno di sfruttamento. Inoltre gli stessi industriali del Canton Ticino, che oggi piangono aiuti statali, per anni hanno provveduto alla sostituzione di lavoratori residenti con lavoratori frontalieri ricattabili e sfruttabili.

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Come Partito Comunista esprimiamo la nostra netta opposizione a ogni mezzo capitalistico di sfruttamento e di divisione dei lavoratori, come il frontalierato, e contro ogni forma di sciovinismo nazionale che negli ultimi anni ha persuaso un numero di lavoratori svizzeri sempre crescente contro il “topo italiano”. Riteniamo inoltre che lo status quo va ribaltato, rimettendo in discussione i rapporti bilaterali tra Svizzera ed UE che vede proprio nel frontalierato la pietra miliare di tali accordi a tutto vantaggio di capitale e padronato, introducendo un vero salario minimo per tutti i lavoratori e rivedendo il numero chiuso alle facoltà di medicina, vero ostacolo alla formazione di qualità di personale medico ed infermieristico. Per una vera unità della classe lavoratrice e contro gli inganni del nazionalismo borghese.

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