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L’emancipazione del lavoro è il fine ultimo del movimento comunista che supera le emancipazioni parziali delle rivoluzioni borghesi. La rivoluzione borghese realizzò l’emancipazione politica: libertà di associazione, uguaglianza formale di fronte alla legge, suffragio. Ma l’emancipazione politica è solo formale: libera il cittadino dallo Stato feudale-assolutista, ma lascia intatto il rapporto di sfruttamento nella fabbrica. L’emancipazione umana reale richiede la liberazione dal dominio del lavoro morto (il capitale accumulato) sul lavoro vivo.
Marx distingue, nei Manoscritti del 1844, tra il lavoro come “primo bisogno della vita” — il lavoro come espressione creativa delle capacità umane — e il lavoro alienato del capitalismo, che è la negazione di questa essenza. Nel capitalismo, questa capacità specificamente umana viene ridotta a strumento di sopravvivenza biologica: si lavora per mangiare, non per realizzarsi.
L’emancipazione del lavoro non è una questione morale ma strutturale: afferma che la struttura stessa del capitalismo — la separazione tra lavoratori e mezzi di produzione, la riduzione del lavoro a merce — è incompatibile con l’emancipazione umana. Il socialismo e il comunismo, abolendo questa separazione, creano le condizioni materiali per la prima volta nella storia in cui il lavoro può diventare libera espressione delle capacità umane.
La liberazione del lavoro umano dallo sfruttamento capitalistico e dall'alienazione; obiettivo finale del movimento operaio e condizione per la piena realizzazione dell'essere umano.

