Elezioni in Ecuador: Noboa Trionfa tra Polemiche e Tensioni Geopolitiche
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Risultati del Ballottaggio
Domenica 13 aprile si è tenuto il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Ecuador. Partiamo dai dati ufficiali: Daniel Noboa, il miliardario candidato di destra e presidente uscente, ha vinto con il 55,62% dei voti validi, mentre la sua avversaria Luisa Gonzáles, esponente della coalizione di centro-sinistra Revolución Ciudadana – quella dell’ex presidente Rafael Correa – si è fermata al 44,38%.
Esito Sorprendente delle Elezioni in Ecuador
Un risultato abbastanza sorprendente, visto che Noboa aveva sì vinto al primo turno con poco più del 44% dei consensi, ma con un vantaggio di soli due decimi di punto e pure un deputato in meno della coalizione progressista, cosicché la gran parte degli analisti indipendenti lo pronosticavano perdente al ballottaggio, visto anche che la Gonzáles aveva ottenuto l’appoggio del Movimento di Unità Plurinazionale Pachakutik, terzo classificato con il 5,25%. E se, ciò nonostante, i sondaggi della vigilia prevedevano un testa a testa tra i due contendenti, gli exit poll davano vincente la coalizione di centro-sinistra con un buon margine.
Polemiche Pre-elettorali
Come non parlare, poi, delle polemiche che hanno contraddistinto le settimane prima del voto, con Noboa, il cui governo era da tempo accusato di violazioni di diritti umani, uccisioni extragiudiziali e detenzioni di massa, che aveva dichiarato alla vigilia del secondo turno lo stato di emergenza in alcune province, casualmente scelte tra quelle che avevano registrato il successo elettorale della sua avversaria. Una replica, per molti osservatori, del maldestro tentativo di Jair Bolsonaro in Brasile di influenzare l’esito del voto del 2022 utilizzando gli apparati di repressione statali.
Accuse di Brogli nelle Elezioni in Ecuador
La candidata di centro-sinistra, Luisa Gonzáles, ha così contestato i risultati, accusando il governo anche di brogli e chiedendo la pubblicazione dei verbali firmati e il riconteggio delle schede, forte tra l’altro di una riserva, seppur timida, della stessa Organizzazione degli Stati Americani, entità normalmente prona agli interessi imperiali degli Stati Uniti.
Transizione Geopolitica
Aldilà di queste critiche, che sicuramente sono condivisibili, è interessante evidenziare come anche queste elezioni, e le polemiche che ne sono seguite, possono essere inquadrate nella più generale e difficile transizione che stiamo vivendo dall’unipolarismo atlantico verso un futuro – speriamo – multipolare e rispettoso del diritto internazionale.
Incoerenze Internazionali
Non è infatti un caso che, ad esempio, la gran parte dei paesi che avevano contestato la limpida vittoria di Maduro nelle recenti elezioni venezuelane, si sono ora girati dall’altra parte riconoscendo subito la legittimità del voto in Ecuador. È ciò che è accaduto praticamente in tutto il cosiddetto “Occidente Collettivo”, ma anche in alcuni Paesi dell’America Latina, dove però si sta assistendo anche a un contenzioso sempre più aspro tra gli USA e diversi governi della regione.
Elezioni in Ecuador e Dinamiche Latinoamericane
Abbiamo così da una parte gli Stati Uniti che, vedendo sempre più in crisi il loro ruolo di unica superpotenza mondiale, vogliono consolidare il dominio in quello che non hanno mai smesso di considerare il loro “cortile di casa”, teleguidano a tal fine le borghesie “compradoras” nazionali, e dall’altra diverse esperienze di governo latinoamericane, sia di ispirazione socialista (pensiamo a Cuba, al Venezuela o al Nicaragua) che appartenenti al campo delle democrazie liberali (come Brasile, Colombia e Messico), tutti stati che fanno già parte o che guardano con attenzione ai BRICS per sottrarsi allo storico dominio geopolitico statunitense e così meglio salvaguardare i propri interessi nazionali.
Divisioni Regionali
Questa differenza di vedute tra i paesi latinoamericani non è ovviamente cristallizzata e si ripercuote anche al loro interno. Registriamo così la presenza di una forte minoranza golpista in Venezuela ma anche segnali di crisi dentro la stessa Cuba, fiaccata da decenni di illegale blocco commerciale statunitense, così come, dall’esterno, risulta difficile comprendere quella che appare come una lotta di potere tra il presidente in carica, Luis Arce, e il suo leggendario predecessore, Evo Morales. Vediamo poi come Milei abbia subito riconosciuto la legittimità dell’elezione di Noboa, quando invece, sotto la precedente amministrazione, l’Argentina aveva stretto relazioni commerciali più forti con la Cina e si era candidata ad aderire ai BRICS. Se è da registrare con favore il fatto che il presidente della Colombia, Gustavo Petro, non ha riconosciuto il risultato delle elezioni in Ecuador, non bisogna però dimenticare che aveva però tenuto un atteggiamento equivoco sulle elezioni venezuelane, e che comunque deve tener conto di forti divisioni interne, visto che il suo ministro degli esteri si è invece subito congratulato con il riconfermato presidente ecuadoregno.
Posizioni di Cile e Messico
Su posizioni opposte, ma almeno bisogna riconoscerne la coerenza, i casi del Cile e del Messico. Da una parte abbiamo il presidente Boric che, pur se formalmente alla guida di un governo di sinistra al quale partecipa anche il partito comunista, in politica estera, dal conflitto russo-ucraino, al Venezuela e appunto nel caso delle elezioni in Ecuador, sostiene sempre servilmente le posizioni statunitensi. Dall’altra la nuova presidente Claudia Sheinbaum Pardo, che si sta sempre più affermando come un’avanguardia della resistenza al dominio a stelle e strisce nel continente, la quale ha dichiarato che, in ogni caso, non riprenderà le relazioni diplomatiche con l’Ecuador finché Noboa sarà presidente. I rapporti tra i due stati sono stati sospesi lo scorso anno a seguito dell’invasione dell’ambasciata messicana a Quito delle forze di sicurezza locali per arrestare l’ex vice presidente dell’Ecuador che vi si era rifugiato. Un atto di pirateria internazionale la cui responsabilità ricade interamente sul presidente ecuadoregno.
Il Ruolo del Brasile
Molto complessa e a volte contraddittoria, infine, la situazione del Brasile. La cosa però non deve sorprendere perché, essendo la nazione più importante del continente, è anche quella che gli Stati Uniti non si possono permettere di perdere. Da paese fondatore dei BRICS che, sotto i primi due governi Lula si era caratterizzato per una politica estera sempre più autonoma nei confronti dell’ingombrante vicino nordamericano, era stato messo ai margini dell’alleanza durante la presidenza Bolsonaro a causa della sudditanza di questi agli interessi dello zio Sam. Con il terzo mandato di Lula, il Brasile ha assunto nuovamente un ruolo da protagonista a livello internazionale, con il rifiuto di armare l’Ucraina, la ferma condanna del genocidio Israeliano in Palestina e denunciando con vigore la forte sperequazione nella distribuzione della ricchezza dalla tribuna delle Nazioni Unite, così come ottenendo importanti riconoscimenti come l’assegnazione della prestigiosa carica di presidente della New Development Bank (il banco dei BRICS) nella persona dell’ex presidente Dilma Rousseff, vittima di un colpo di stato mediatico-giudiziario orchestrato dagli Stati Uniti nel 2016.
Compromessi e Strategie USA
A fronte di questi indubbi successi, non ci si può dimenticare che Lula guida in pratica un governo di minoranza e come quindi la sua azione, soprattutto in politica interna, sia sottoposta a notevoli limitazioni. Anche in politica estera, però, deve accettare compromessi, primo fra tutti la mancata adesione alla Via della Seta, nonostante la Cina, comunque, sia da tempo il principale partner commerciale Brasile. Oltre a questo, forse possiamo spiegare in questo modo la freddezza nei confronti della rielezione di Maduro in Venezuela e, proprio nel caso dell’Ecuador, l’immediato riconoscimento della legittimità dell’elezione di Noboa, quasi fosse un Boric qualunque.
Caos in Ecuador e Strategia Americana
In tanti vedono quindi il caos in Ecuador come parte della strategia degli Stati Uniti per indebolire i movimenti progressisti in America Latina e quindi recuperare l’egemonia nel cortile di casa. E se il Brasile, come abbiamo detto, è la preda più ambita, è però anche la nazione del centro e sud America che più e meglio può contrastare questo progetto.
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