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IV — Capitalismo verde e critica delle risposte capitaliste e liberali
I limiti del diritto ambientale internazionale
Il cosiddetto capitalismo verde viene presentato dalle classi dominanti come una risposta alla crisi ecologica, anche nel contesto delle guerre. In realtà, esso non mette minimamente in discussione i rapporti di produzione capitalistici né la logica dell’accumulazione del capitale che alimenta l’imperialismo, il militarismo e la devastazione degli ecosistemi.
Il diritto internazionale offre strumenti teorici per la protezione dell’ambiente in tempo di guerra, in particolare le Convenzioni di Ginevra (1864-1949-1977-2005) che riguardano il diritto internazionale umanitario, la Convenzione sull’Interdizione delle Tecniche di Modificazione Ambientale (o convenzione ENMOD, 1977) che proibisce l’uso militare delle tecniche di modifiche ambientali, la Convenzione sulla Biodiversità (1992-1993) con tanto di COP dal 1995, la COP31 si farà a novembre 2026 in Turchia. Ma questi strumenti si scontrano sistematicamente con tre limiti fondamentali : l’impunità delle grandi potenze, la mancanza di meccanismi di esecuzione, e il fatto che gli stessi paesi che le violano sono spesso i principali artefici del diritto internazionale.
Gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione sulla Biodiversità. Israele non ha ratificato il Protocollo Aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra che proibisce gli attacchi che causino danni estesi, gravi e a lungo termine all’ambiente naturale. Il diritto internazionale ambientale, nella sua forma attuale, è un complesso normativo destinato ad essere applicato ai vinti ma non affatto ai vincitori.
Il progetto di riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale sarà pur meritorio ma solo nelle intenzioni, concretamente, è solo una formulazione giuridica vuota che non minaccia le cosiddette grandi potenze che hanno gli strumenti per aggirarla.
Il « capitalismo verde » di guerra : una contraddizione !
Negli ultimi anni è emerso un discorso paradossale : quello del « capitalismo verde » applicato anche alla difesa. Le industrie militari comunicano le loro strategie di riduzione delle emissioni, l’esercito americano presenta obiettivi di neutralità carbonica, i governi europei parlano di una « transizione ecologica della difesa ». Questa retorica del “capitalismo verde” è una mistificazione che va denunciata con forza. La tutela dell’ambiente viene invocata mentre si mantengono strutture economiche e militari che contribuiscono alla degradazione degli ecosistemi.
Non esistono bombe a zero emissioni. Non esistono missili neutri dal punto di vista del carbonio. Non esiste un esercito ecologicamente sostenibile. La guerra, per definizione, produce distruzione e la distruzione di infrastrutture, di ecosistemi, di strutture produttive è intrinsecamente incompatibile con qualsiasi obiettivo di sostenibilità. Il « greenwashing » militare serve a legittimare la continuazione della guerra come pratica normale del capitalismo contemporaneo, mentre si aggiunge lo strato greenwashing dell’industria degli armamenti.
Ma la contraddizione più profonda è strutturale : il “capitalismo verde”, anche nelle sue versioni civili, si fonda sulla continuazione dell’accumulazione, della crescita, del consumo di risorse. La transizione ecologica capitalista non mette in discussione i rapporti di produzione, si limita a sostituire alcune tecnologie. E questa transizione richiede, per le sue materie prime (litio, cobalto, terre rare), un saccheggio delle risorse naturali del Sud globale che produce nuovi conflitti, nuove guerre, nuovi ecocidi.
Il vicolo cieco delle soluzioni riformiste
Le risposte riformiste alla questione dell’impatto ambientale delle guerre si muovono lungo due assi principali : il rafforzamento del diritto internazionale e la « responsabilità sociale » delle industrie belliche. Entrambi questi assi sono totalmente inadeguati.
Il rafforzamento del diritto internazionale è necessario ma insufficiente. Non esiste nessuna corte internazionale capace di perseguire gli Stati Uniti per i crimini ambientali in Vietnam o Israele per quelli a Gaza. Il diritto internazionale, nella sua struttura attuale, non è un sistema di giustizia universale : è un sistema di gestione dell’ordine imperialista, con meccanismi di eccezione sistematicamente favorevoli alle grandi potenze.
La « responsabilità sociale delle imprese » applicata alle industrie militari è un ossimoro. Come può un’impresa che produce sistemi d’arma essere « socialmente responsabile » ? La logica della produzione per il profitto è incompatibile con quella della protezione della vita umana e della natura. Chiedere alle industrie belliche di « responsabilizzarsi » è come chiedere allo stupratore di proteggere le future prede…
V — Prospettive politiche
L’anti-imperialismo come prerequisito alla protezione della natura
La riduzione delle tensioni geopolitiche e della competizione per le risorse appare come un elemento centrale di qualsiasi strategia ambientale di lungo periodo. Il capitalismo verde non offre alcuna risposta strutturale a queste contraddizioni. Non esiste protezione della natura senza lotta contro l’imperialismo. Questa tesi è il risultato logico di tutta l’analisi precedente. Se la distruzione ambientale di guerra è strutturalmente legata all’imperialismo capitalista, se il complesso militare-industriale è uno dei principali produttori di emissioni e di devastazione ecologica, allora la lotta per la sopravvivenza del pianeta è oggettivamente anche una lotta anti-imperialista.
Questo significa che i movimenti ecologisti nei paesi del Nord globale devono affrontare la questione dell’imperialismo, invece di eluderla. Non è possibile essere genuinamente ecologisti e sostenere, anche implicitamente, le guerre imperialiste che devastano gli ecosistemi del Sud globale. Non è possibile lottare contro il cambiamento climatico ignorando la connessione tra il sistema militare-industriale e le emissioni di CO₂.
L’internazionalismo proletario cioè la solidarietà tra i lavoratori al di là delle frontiere nazionali deve diventare anche internazionalismo ecologico : la solidarietà tra le popolazioni che subiscono, nelle forme più brutali, le conseguenze dell’imperialismo e dell’ecocidio. Il popolo palestinese che perde i suoi ulivi, il popolo congolese che perde le sue foreste, il popolo yemenita che perde il suo accesso all’acqua : sono tutti vittime dello stesso sistema che impoverisce anche i lavoratori del Nord e distrugge i territori e il clima di tutti.
Pianificazione socialista e rapporto con la natura
Alcune esperienze socialiste mostrano che una pianificazione può produrre risultati radicalmente migliori rispetto al mercato in termini di protezione degli ecosistemi. Cuba, nonostante il blocco economico statunitense e le enormi difficoltà materiali, ha sviluppato un’agricoltura agroecologica su scala nazionale che è diventata un riferimento internazionale. Il Venezuela bolivariano ha prodotto importanti politiche di protezione delle comunità indigene e dei loro territori. Il Vietnam socialista ha intrapreso programmi di reforestazione che hanno recuperato parzialmente le foreste devastate dalla guerra imperialista americana.
Bisogna integrare pienamente la questione ecologica nella pianificazione socialista. Questo significa : pianificazione economica che incorpora i limiti naturali del pianeta come vincoli ineludibili ; gestione collettiva dei beni comuni naturali (acqua, foreste, biodiversità, atmosfera) sottratta alla logica del mercato ; democratizzazione radicale delle decisioni produttive, con piena partecipazione delle comunità direttamente interessate.
Proposte programmatiche concrete :
La prospettiva rivoluzionaria non può essere solo critica : deve anche indicare direzioni concrete di lotta e di costruzione. Ecco alcune proposte programmatiche :
Prima proposta : la conversione dell’industria militare. Le fabbriche di armi occupano manodopera qualificata, tecnologia avanzata, capitali pubblici enormi. Una pianificazione socialista dovrebbe prevedere la loro riconversione verso produzioni socialmente utili : energie rinnovabili o più esattamente energie dal flusso continuo poiché il sole, il vento e l’acqua non si rinnovano, trasporti pubblici, edilizia con basso impatto ambientale, attrezzature medicali. I lavoratori dell’industria militare dovrebbero essere coinvolti attivamente in questo processo di riconversione, con garanzia di reddito e di formazione.
Seconda proposta : il riconoscimento del debito ecologico. I paesi imperialisti devono riconoscere formalmente il debito che hanno accumulato nei confronti dei paesi del Sud globale attraverso decenni di guerra e di saccheggio delle risorse naturali. Questo riconoscimento deve tradursi in riparazioni concrete : cancellazione del debito, trasferimenti tecnologici, finanziamento della transizione ecologica nei paesi impoveriti dall’imperialismo.
Terza proposta : la criminalizzazione dell’ecocidio. Il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale perseguibile dalla Corte Penale Internazionale è necessario, a patto che venga applicato universalmente, anche agli Stati Uniti, a Israele, alle potenze europee, e che sia accompagnato da meccanismi reali di riparazione. Senza questa condizione di universalità, il riconoscimento formale dell’ecocidio rischia di diventare uno strumento dell’imperialismo contro i suoi rivali.
Quarta proposta : la costruzione di un movimento internazionale anti-imperialista ed ecologista. La risposta alla guerra capitalista contro la natura deve essere globale. I movimenti ecologisti dei paesi del Nord, i movimenti anti-imperialisti del Sud, i sindacati dei lavoratori dell’industria, le organizzazioni contadine e indigene : tutti questi soggetti devono costruire convergenze programmatiche e pratiche di lotta comune. Non si tratta di costruire un’unica e ipotetica organizzazione internazionale bensì di costruire reti di solidarietà e di coordinamento su obiettivi concreti.
Quinta proposta : la smilitarizzazione come politica ecologica. La riduzione drastica delle spese militari è una misura ecologica urgente. Ogni miliardo sottratto agli armamenti e investito nella transizione ecologica ha un doppio effetto : riduce direttamente le emissioni del settore militare e finanzia la trasformazione del sistema energetico produttivo. La smilitarizzazione non è solo una questione di pace : è una questione di sopravvivenza ecologica.
Quindi, la risposta non può essere riformista. Deve essere rivoluzionaria : anti imperialista, internazionalista, ecologista. La scelta non è tra riformare o non riformare il capitalismo verde. Né è la scelta tra più o meno regolamentazione internazionale delle armi. La scelta di fondo è o il capitalismo-imperialista, con le sue guerre e i suoi ecocidi, o la vita sul pianeta.
Questa retorica rivoluzionaria non è astratta, anzi è basata sull’analisi scientifica : il sistema che produce le guerre produce anche la crisi climatica. Il sistema che inquina il cielo con le bombe inquina il cielo con il carbonio. Il sistema che avvelena le acque del Vietnam con la diossina avvelena le acque di tutto il pianeta con i rifiuti industriali. Non c’è capitalismo verde perché il capitalismo è strutturalmente la guerra contro la natura. Una gestione razionale delle risorse richiede strumenti di pianificazione economica capaci di subordinare la produzione agli interessi collettivi e non alla ricerca del profitto privato. La tutela degli ecosistemi va integrata nei processi decisionali relativi alla produzione, all’energia e all’uso del territorio.
I movimenti ecologisti devono rompere con l’illusione del capitalismo verde e con l’idea che sia possibile salvare il pianeta senza trasformare radicalmente i rapporti di produzione e di potere. I movimenti anti-imperialisti devono integrare pienamente la dimensione ecologica nelle loro analisi e nelle loro pratiche. I movimenti dei lavoratori devono comprendere che la lotta per condizioni di lavoro degne e la lotta per un pianeta vivibile sono la stessa lotta.
Ulivi bruciati di Palestina, foreste avvelenate del Vietnam, pozzi incendiati del Kuwait, miniere devastate del Congo, crateri dell’Iraq, ecc : c’è un filo rosso che attraversa la storia della guerra capitalista contro la natura. È il filo della resistenza delle popolazioni che si battono per la propria terra, per la propria acqua, per la propria vita.
Esseri umani e natura non hanno bisogno di essere salvati da chi li distrugge. Hanno bisogno di essere liberati. « L’ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio” diceva Chico Mendes, assassinato par la difesa della foresta amazzonica e dei lavoratori della foresta.
La lotta per la natura e la lotta contro l’imperialismo, stadio supremo del capitalismo, sono la stessa lotta.
Socialismo o barbarie !
L’impatto ambientale delle guerre dalla Seconda guerra mondiale ad oggi -1a Parte

