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LA LOTTA DELLE CLASSI E LO STATO-MANGANELLO
Il movimento liceale in Francia, dal 31 agosto al 18 ottobre 2026
«La storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classe.»
Marx e Engels, Manifesto del Partito comunista (1848), cap. I.
“Ci dicono che i nostri figli non vogliono andare a scuola. Non è vero: non vogliono andare in quella scuola”. Sono decenni che si afferma che la scuola è «l’ascensore sociale». Peccato che l’ascensore sia guasto, che le scale siano pericolanti e che la portineria sia presidiata dalla polizia. A Mayotte, tra Mozambico e Madagascar, 2 300 ragazzi sono ammassati in un liceo costruito per 900. A Cayenne, tra Brasile e Suriname, hanno dovuto stilare un elenco di 17 rivendicazioni per ottenere ciò che in qualunque ministero si dovrebbe chiamare «normalità»: bagni agibili, ventilatori, una mensa che non costi… un occhio della testa! E alla Riunione, ad est di Madagascar, a tutte queste rivendicazioni hanno aggiunto la lotta alle molestie.
Il potere ha risposto con il paternalismo («Sono ragazzi…»), poi con il sospetto volto verso l’opposizione politica («Sono manipolati…»), infine con i manganelli, i gas lacrimogeni e le granate: un liceale a Lens, nel nord della Francia ha perso una mano, un altro a Tours nel centro ha perso un occhio e il primo ministro ha dichiarato che quello non era più un movimento di liceali bensì «un movimento di violenze urbane».
Quest’articolo della cellula francese della Federazione Estero del Partito Comunista racconta sei settimane in cui la gioventù francese ha fatto ciò che in tanti hanno disimparato: dimostrare che il re è nudo. Insieme al partito fratello, il Pôle de Renaissance Communiste en France, condanna il vandalismo e ribadisce la necessità della lotta ideologica contro il caos nichilista iniziato da Macron, carburante della fascistizzazione, caos contro commercianti, lavoratori e precari.
FINE AGOSTO, OLTREMARE
La prima svolta non avviene a Parigi, ma ai margini (post)coloniali della Repubblica. A Mayotte, un liceo, ad Acoua, viene bloccato dal 31 agosto da personale, genitori e studenti. Al rientro del 24 agosto aveva accolto circa 2 300 alunni in strutture pensate per 900. Il blocco dura cinque settimane. Mancano insegnanti, i locali portano ancora le ferite del ciclone Chido, non c’è ventilazione, i trasporti e i posti letto nel convitto sono insufficienti. Tutto ciò che esploderà nella Francia esagonale parte da lì: Mayotte e la Guyana sono il laboratorio in cui lo Stato sperimenta il livello minimo di servizi pubblici ‘tollerabile’. Non è solo un “malcontento scolastico” bensì un ovvio rapporto di dominio: la periferia postcoloniale è tenuta in una condizione subordinata al centro parigino del potere perché il capitale e lo stato centrale possano risparmiare anzi guadagnare sulla pelle dei giovani e dei lavoratori. Sono i primi anelli del filo d’Arianna che cedono per primi.
SETTEMBRE, VERSO LA FRANCIA CONTINENTALE
Il 7 settembre gli studenti di un liceo di Cayenne presentano 17 rivendicazioni: ad esempio, non vogliono più bagni insalubri, aule senza ventilatori, mensa cara e satura, orari insostenibili. Il 17 settembre, da un liceo della banlieue parigina, il movimento di esasperazione in un modo che sorprende tutti si propaga in tutta la Francia con il sostegno di organizzazioni studentesche e sindacali. La scatola di Pandora si apre e ne escono tutti i mali insieme: classi pollaio, precariato dei docenti, edifici degradati, Parcoursup (orientamento online affidato agli algoritmi), orari troppo lunghi dalle 8 alle 18, violenza poliziesca. Nel 2018, liceali dovettero rimanere in ginocchio per 3 ore di fronte alla polizia mentre protestavano già contro la riforma di Parcoursup. La capacità di nominare collettivamente le cause comuni è tornata e il momento è decisivo: la somma delle rimostranze diventa critica del sistema macronista. Il movimento non chiede solo riparazioni puntuali; mette in questione la scuola come apparato di riproduzione sociale, che smista i figli del proletariato verso la precarietà e riserva alla borghesia le vie di accesso ‘migliori’.
OTTOBRE
Il 2 ottobre, i licei coinvolti sono oltre 1000. Il 6 ottobre, scendono in piazza oltre 400 000 dimostranti. L’8 ottobre scioperano e manifestano al loro fianco i lavoratori delle scuole con l’intersindacale che convoca un’altra giornata il 13 ottobre. Il governo concede un piano d’urgenza da 4,5 miliardi, secondo la stampa però le organizzazioni giovanili lo giudicano inadeguato su edilizia scolastica, Parcoursup e orari. È il supplizio di Tantalo. La concessione è abbastanza grande da disarmare i prudenti riformisti, troppo piccola da cambiare qualcosa. È la tecnica classica con cui la borghesia macronista gestisce l’ordine: dare briciole di brioche per non cedere. E accanto alla promessa, il bastone. Le granate stordenti, sospese dopo incidenti gravi, potranno tornare in uso in caso di «violenze urbane estremamente gravi» e un ragazzo torna a casa con una mano amputata.
VERSO LA CONVERGENZA DI VARIE LOTTE IL 17 OTTOBRE
Il 13 ottobre, i cortei tornano a riempirsi. Compaiono figure dei gilet gialli che avvertono: una giornata sola non basta, bisogna farsi sentire molto più a lungo. I liceali sperano di essere raggiunti dai vigili del fuoco, lavoratori dell’agricoltura, della sanità, ecc. Per il 17 ottobre, sabato di vacanze scolastiche, circola un appello, «JAUNES ET JEUNES» ossia gialli e giovani, che chiama gilet gialli, ‘Gen Z’ (generazione nata tra il 1997 e il 2012), operai, insegnanti, sanitari e abitanti delle periferie. Si parla di rotonde, di blocchi filtranti: scuole, stazioni di servizio e depositi petroliferi.
Il 17 è il nodo gordiano: una rivendicazione scolastica, una rivolta contro il carovita e una rabbia sociale diffusa, tutte legate insieme. I movimenti non hanno spade: hanno comunque la possibilità di sciogliere il nodo con l’organizzazione. Certi osservatori avvertono che l’eterogeneità può disperdere la giornata, come dopo il movimento dei gilet gialli. Il giorno prima, un presidente e sua moglie spensierati e noncuranti cantavano e ballavano al concerto di una cantante canadese.
Il fine settimana è stato quello del caos (voluto dalla macronia giunta alla chiusura delle zone attorno ai palazzi del presidente, del primo ministro e del ministro dell’interno?): dall’incendio del municipio storico di Limoges (simbolo dell’industrializzazione e del lavoro degli operai del XIX secolo e bastione della resistenza al nazismo e della lotta contro lo stato collaborazionista nel XX secolo) ai saccheggi dei commerci, le ‘violenze urbane’ così chiamate dal governo che prima si era ben concentrato sulle violenze della polizia scagliata contro i giovani prima del 17 sono state ingrandite dalle lenti dei media mainstream assetati di violenza spettacolare che si sono focalizzati sulle conseguenze terribili causate da questi gruppi che sono stati lasciati tranquilli dallo stato. Non è un segno di debolezza politica se la Macronia tenta di invisibilizzare le rivendicazioni sociali, di criminalizzare il movimento dei liceali e degli studenti e di lasciar proliferare i ‘casseurs’ più o meno mascherati, incappucciati e nichilisti abbindolati dai templi del consumo per meglio soggiogare la società tutta? ‘Egalité et Fraternité’ contro la repressione politica. Chi deve punire non è la polizia col manganello, i gas e le granate bensì – semmai – la giustizia. 8 000 stati di fermo, per più dell’80% si trattava di liceali minorenni e non di ‘casseurs’, una repressione inaudta. Cosa dire del funzionamento della polizia e della giustizia a una ragazza minorenne che chiedeva di vedere il numero di matricola a un poliziotto che aveva assistito agli spintoni su di lei da parte di motociclisti della polizia, uno le è passato con le ruote su un piede e dovrà andare in tribunale?
Per l’analisi del movimento in Italia: https://partitocomunistaestero.org/perche-la-rivolta-di-milano-non-e-lotta-di-classe/
VERSO IL 5 NOVEMBRE
Mentre i licei occupano le strade, i sindacati hanno lanciato l’appello a uno sciopero interprofessionale con manifestazioni per il giovedì 5 novembre. La dichiarazione parla di un «declassamento inedito» dei lavoratori: tutto aumenta (carburante, alimentari, affitti, gas, elettricità) tranne salari e pensioni. Denuncia un governo che, nel progetto di bilancio, congela le prestazioni sociali e gli stipendi dei dipendenti pubblici e riferisce tagli di bilancio per 54 miliardi di euro. Eppure 211 miliardi di …aiutini… sono stati dati alle imprese! L’appello si rivolge a lavoratori del pubblico e del privato, a pensionati e ai giovani, tutti sanno benissimo che la mobilitazione di liceali raggiunti dagli studenti universitari è legittima e la loro collera va ascoltata. Arriva dopo il successo della giornata dei servizi pubblici del 29 settembre che ha fatto scendere in piazza 300 000 persone.
L’Intersindacale è un’arma potente, perché è il solo soggetto capace di portare nelle piazze i salariati, ma ha la forma della giornata: un appuntamento unico, a data fissa, annunciato con quattro settimane di anticipo, che consente al governo di prepararsi, di dosare le concessioni e di aspettare che il calendario stanchi la spinta. Il 5 novembre sarà probabilmente il banco di prova più duro del movimento: i liceali dovranno decidere se sono un corteo al seguito o una forza che trascina.
L’appello sindacale rivendica salari, servizi pubblici, occupazione, ecc: una piattaforma di difesa del potere d’acquisto, che resta dentro i confini del rapporto salariale secondo una visione ‘tradeunionista’ importante forse però non rivoluzionaria. Un’intersindacale che unisce militanti rivoluzionari e sindacati tradizionalmente concertativi è un luogo di mediazione. Il rischio è la giornata di sciopero a ripetizione, che disciplina la rabbia però non la trasforma. La forza è che può fermare ciò che il liceo da solo non ferma: scuole, ospedali, trasporti, fabbriche soprattutto se inizia un movimento di sciopero generale come sembra delinearsi in questa settimana.
Il 5 novembre potrebbe essere un passaggio dalla ‘guerra di movimento’ (blocchi, cortei, occupazioni) alla ‘guerra di posizione’: il lento lavoro di conquista delle trincee e delle casematte della società civile, ossia sindacati, scuole, associazioni, quartieri. Tre punti tutti verificabili sono ormai indispensabili: che sia riconducibile a una piattaforma comune e comprensibile (scuola, salari, costo della vita); che sia preparato da assemblee nei luoghi di lavoro e di studio, e non soltanto dall’alto; che non sia l’ultimo appuntamento, ma il primo di una sequenza con date, rivendicazioni e responsabilità chiare.
RIVOLTA DEI LICEALI IN FRANCIA: TRE SGUARDI PER ANDARE OLTRE
Da sei settimane si ammassa letame sociologico: “generazione fragile”, “agitatori”, “nostalgici di maggio ‘68”. Solo che nel ’68 francese, i giovani erano politicizzati e vivevano in una società dell’abbondanza. Oggi, è diverso.
Lo sguardo di Lenin
I liceali e gli studenti sono in gran parte figli del proletariato e dei ceti medi cosiddetti proletarizzati. Parcoursup, i tagli ai posti e la precarietà futura li colpiscono come forza-lavoro in formazione. Gli insegnanti sono salariati dello Stato, bersaglio di austerità e smantellamento dei servizi per meglio mercificarli secondo le leggi dell’Unione Europea. I gilet gialli, nati nel 2018 contro la vita cara, esprimono la periferia sociale: lavoratori poveri, precari, piccoli autonomi. Il filo comune tra le lotte che sembrano continuare a convergere è l’attacco contro il capitale e lo stato borghese alla riproduzione sociale: scuola, salario, costo della vita. Le condizioni di studio pessime denunciate dai liceali sono il riflesso delle condizioni di lavoro pessime contro le quali i loro genitori devono lottare. Nemmeno si dimenticano le lotte per le condizioni di vita dei pensionati.
Gli studenti non sono una classe: sono un detonatore, come nel ‘68, ma da soli mica vincono. Il peso decisivo spetta ai settori che bloccano la produzione, cioè energia, trasporti, logistica, industria. Per ora lì ci sono scioperi settoriali, e questo è il limite principale del movimento. La ‘spontaneità’, lasciata a sé, produce una coscienza certo rivendicativa però non ancora rivoluzionaria: senza un’organizzazione che unifichi, orienti e prolunghi, la rabbia si consuma in giornate rituali. Il potere lo sa. Per questo concede poco e reprime tanto in dosi alterne. Secondo Lenin, “senza teoria rivoluzionaria non vi può essere neppure movimento rivoluzionario” (Che fare? 1902). Descriveva così le condizioni di una crisi: quando quelli di sotto non vogliono più vivere come prima e quelli di sopra non possono più governare come prima. I primi segni di screpolatura ci sono e lo dimostra il linguaggio governativo che non fa altro che parlare di “violenze urbane” invece di rispondere sulle condizioni di studio invisibilizzando così il movimento degli studenti.
Lo sguardo di Gramsci
Lo stato borghese non regge solo con la forza ma con l’egemonia: un consenso fabbricato attraverso scuola, stampa, istituzioni. La scuola è il luogo in cui la classe dominante educa i dominati ad accettare la propria collocazione. Ecco perché un blocco di licei non è un dettaglio sindacale: incrina uno dei pilastri del consenso. Quando i ragazzi di Cayenne dicono che la mensa è troppo cara e le aule invivibili, mettono a nudo il divario tra la retorica della “scuola della Repubblica” e la sua realtà di classe.
La diagnosi dell’interregno può illuminare il presente: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” (Quaderno del carcere 3, 1930). L’ordine scolastico e sociale francese è il vecchio che non muore; il nuovo non nasce perché manca la forza di organizzazione. Le conseguenze sono i “sintomi morbosi”: la repressione, le mutilazioni, la retorica securitaria, il rischio che la rabbia venga incanalata alla destra anzi all’estrema destra.
Da qui il compito gramsciano: formare intellettuali organici di questa generazione, cioè giovani, insegnanti e lavoratori capaci di dare forma politica alle domande materiali, di trasformare il senso comune («è sempre andata così») in buon senso critico, e di costruire un blocco storico tra scuola, quartiere e luoghi di lavoro. Gramsci che pensava a una scuola unitaria in cui lavoro e studio non fossero separati, avrebbe riconosciuto nell’appello «JAUNES ET JEUNES» un abbozzo, ancora debole, di alleanza tra classi subalterne.
Lo sguardo di Pasolini
Di fronte agli scontri di Valle Giulia a Roma a maggio ’68 tra studenti universitari e forze dell’ordine, Pasolini schierò la sua simpatia con i poliziotti, figli del popolo, contro gli studenti, figli della borghesia: una provocazione che denunciava un conflitto di classe rovesciato. Oggi, nella Francia dei licei in rivolta, quel paradosso si capovolge e si complica. I ragazzi di Mayotte, di Cayenne e della banlieue parigina non sono borghesi in rivolta contro il proprio privilegio come nella società dell’abbondanza sessantottina. Sono, in gran parte, figli del popolo. E lo sono anche i poliziotti che li caricano. Il potere crea e aizza le frammentazioni sociali tra i proletari, e così agendo, pensa di non aver bisogno di intervenire a favore loro.
Pasolini vide poi oltre, negli anni ‘70, con la sua analisi dell’ ‘omologazione’: il consumo, la televisione e una scuola dell’obbligo ridotta a vestibolo della merce avevano distrutto le culture popolari e fabbricato un unico modello di giovane, consumatore e conformista. Letta oggi, la rivolta dei liceali si presenta come una frattura in quel modello. Quei ragazzi, che i social network e i telefonini avrebbero dovuto addormentare, usano proprio quegli strumenti per organizzarsi, sommando alla piazza virtuale del web le piazze, i blocchi, i corpi. Diffidiamo però dell’illusione: i post fabbricati con l’intelligenza artificiale che rilanciavano il 17 ottobre come un nuovo «ritorno dei gilet gialli» ricordano che anche la collera è oggi un terreno di manipolazione commerciale e politica. Fu probabilmente un influencer a lanciare tale data ai primi di settembre.
Per Pasolini, la scuola non era mai solo istruzione, ma un luogo in cui si decide che tipo di essere umano produrre. I ragazzi che chiedono ventilatori, bagni e orari umani chiedono, in fondo, di essere trattati da persone e non da unità di capitale umano. Non si tratta di “beni superflui che rendono superflua la vita” (Scritti corsari 1975). In queste richieste elementari può nascondersi la parte più sovversiva della lotta a cui devono aggregarsi i genitori che sono dei lavoratori e i nonni che sono dei pensionati. Tutti soffrono del decennio macronista.
ISTRUITEVI, AGITATEVI, ORGANIZZATEVI
Un liceo sovraffollato a Mayotte e un’aula senza ventilatori a Cayenne parlano la stessa lingua di un salario che non basta e di una benzina che costa troppo. Questa è la scoperta del movimento: l’oppressione ha una radice comune, quindi anche la lotta può averla.
Il lavoro che resta è il più duro, e nessuna manifestazione, per quanto partecipata, può farlo. Servono comitati di scuola e di quartiere, assemblee che colleghino i licei ai luoghi di lavoro, rivendicazioni unificanti su scuola, salari e costo della vita, e soprattutto lo sciopero là dove si produce, perché è lì che il capitale va colpito. Le scadenze sono già sul calendario: gli ultimi due sabati di ottobre con i gilet gialli, il 5 novembre con l’Intersindacale francese. Possono essere semplici giornate rituali oppure l’inizio di una pressione continua contro la guerra sociale e contro il riarmo imposto dall’Unione Europea con il quale il presidente uscente è d’accordissimo: se il 17 ballava e cantava, il 6 ottobre, ammirava la traiettoria di un missile che volava via da un sottomarino nucleare nell’ovest della Francia. Il messaggio bellicista è chiarissimo! All’agenda delle lotte si aggiunge la data internazionale del 20 novembre voluta dagli studenti universitari.
Gramsci scrisse ai lavoratori una formula che sembra pensata per questi ragazzi dei licei che già hanno fatto la parte più difficile: quella di rompere il silenzio. Il resto spetta a chi vuole vivere del proprio lavoro.
“Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.” (L’Ordine Nuovo – 1° maggio 1919)
Proletari di tutti i paesi e giovani di tutte le aule, unitevi!

