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02/09/2020 By Commissione Donne Partito Comunista - Federazione Estero Non attivi

I movimenti Femministi

I movimenti femministi sono tanti, ma molto pochi quelli che si occupano della totalità dei diritti sociali delle donne, che tra l’altro non riguardano soltanto esse: i problemi sono legati all’esistenza della proprietà privata. In Italia la seconda ondata femminista si ebbe negli anni 1960-1980, che si occupò, oltre che delle disuguaglianze culturali e delle disparità nelle norme legali, anche della legalizzazione dell’aborto. L’aborto venne legalizzato con la legge del 22 maggio 1978 n°194, ma cosa accade quando una legge viene promulgata da un governo borghese?

Sono proprio loro che si celano dietro a singoli provvedimenti che in realtà non danno sollievo al proletariato. A 42 anni dalla legge 194 oggi ci ritroviamo con le donne proletarie che ricorrono ancora all’aborto clandestino, mettendo in serio pericolo la loro vita, questo perché soltanto il 40% delle strutture ospedaliere pubbliche italiane è in grado di offrire un aborto assistito. Il 70% dei medici, in alcune regioni il 90%, si dichiarano obiettori di coscienza. I tempi di attesa molto lunghi o la mancanza di strutture pubbliche nelle vicinanze, obbligano le donne proletarie a dover ricorrere all’aborto clandestino, con tutte le complicanze che comporta questa pratica, che ancora oggi provoca la morte di migliaia di donne. Altra tematica dei movimenti femministi è la violenza sulle donne, ma la violenza non è solo sulle donne, lo sfruttamento e l’oppressione generano la mentalità della violenza di cui ne sono vittime tutte le classi deboli, il patriarcato, parola molto in voga nei movimenti femministi non è nient’altro che il modo capitalistico dello sfruttamento che ha fatto diventare “abuso” l’autorità. Ricordiamo che fino al 1968 si poteva uccidere la propria donna o moglie per “tradimento”! Per non parlare della prima grande conquista insieme all’articolo 18 dei lavoratori che fu “Il divorzio”, introdotto a livello legale in Italia il 1º dicembre 1970, nonostante l’opposizione della Democrazia Cristiana, con la legge 1º dicembre 1970, n. 898 – “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. Detta legge entrò in vigore il 18 dicembre 1970.

L’oppressione delle donne non è inerente alle relazioni tra gli uomini e le donne come asseriscono la maggior parte dei movimenti femministi. L’emancipazione della donna sarà possibile solo se porremmo fine alla società capitalistica. Oggi nonostante la presenza di molti movimenti femministi, dobbiamo constatare che la situazione delle donne su scala mondiale sta peggiorando drammaticamente, i diritti della classe lavoratrice si scontrano con le barbarie dei colossi imprenditoriali, dei loro antagonismi e dei loro introiti che considerano i diritti dei lavoratori un “costo”.

La percentuale già alta di disoccupazione femminile è cresciuta di 203.000 unità durante il periodo della pandemia da covid-19, donne che sono rimaste a casa per poter provvedere ai figli che non andavano a scuola, oppure hanno dovuto accettare il “telelavoro” che già di per sé è la tomba di tutti i diritti, ma questi problemi non riguardano solo le donne; entro l’autunno centinaia di migliaia di persone verranno lasciate senza lavoro, diventando preda dei ricatti delle condizioni lavorative dei gruppi imprenditoriali o schiavi delle elemosine governative, queste sono le conseguenze del mantenimento del sistema capitalistico in putrefazione, ma anche la conseguenza dell’arretramento del movimento operaio. La soluzione è nelle mani delle donne e degli uomini, della classe operaia, l’unica in grado di rovesciare il sistema capitalistico e di porre fine a tutte le oppressioni. I movimenti femministi vanno a impinguire il già cospicuo numero di movimenti che come tutti i movimenti abbaiano ma non mordono e nemmeno scalfiscono il capitalismo. I movimenti delle Donne o Femminili devono essere orientati al coinvolgimento delle donne disoccupate, operaie, contadine, piccole partite IVA, piccole artigiane, nella Lotta di Classe, questo è l’unico modo per arrivare all’effettiva e reale emancipazione della donna, perché la classe operaia è una e non ha sesso.

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