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03/08/2021 By Commissione Donne Partito Comunista - Federazione Estero Non attivi

Impatto della pandemia sulle Donne

L’impatto della pandemia sulle donne in alcuni paesi d’Europa: Austria, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Svizzera.

Le crisi, generalmente, non riparano le diseguaglianze, bensì le fanno più visibili e spesso le peggiorano. Avuto conto che esisteva già la disuguaglianza tra uomini e donne, per le donne, la crisi sanitaria, sociale ed economica scatenata dalla pandemia è stata un tremendo colpo. In questa nuova situazione, si sono verificati un aumento spettacolare del divario e una pericolosa erosione dei diritti già ottenuti. Non dimentichiamo che se si parla dei diritti delle donne, si parla anche di diritti sociali per tutta la popolazione. È imprescindibile guardare anche dal punto di vista femminile tutte le misure relative alla pandemia, poiché una crisi sociale che cada su una diseguaglianza previa purtroppo la ingrandisce.

Il lavoro

In Spagna sono donne il 76% delle persone che lavorano in sanità, il 90% di quelle che lavorano in residenze di anziani, il 95% di quelle che si occupano di pulizie, l’86% sono badanti e l’82% sono cassiere, quindi la maggioranza delle persone che si trovano in prima linea contro il virus sono donne e lo stanno pagando molto caro. Sono anche le peggior pagate, molte addirittura non hanno un contratto di lavoro. La pandemia ha accentuato anche un altro aspetto del lavoro delle donne, il lavoro di cura, quello non remunerato (63.1% svolto dalle donne), che, durante il periodo di lockdown primaverile, è andato a sovrapporsi al lavoro produttivo (svolto in parte attraverso la modalità del telelavoro); ha creato così una situazione di forte inconciliabilità e messo le donne ulteriormente sotto pressione. Per quanto riguarda il lavoro di cura e assistenza, lo sciopero del 14 giugno 2019 in Svizzera avanzava la richiesta di un aumento salariale e quella del miglioramento delle condizioni di lavoro ma tali richieste sono rimaste inascoltate, semmai le condizioni di lavoro sono peggiorate, l’orario di lavoro è stato allungato e la carenza di personale in questo settore è stata assorbita da un maggiore onere per le lavoratrici. Nelle professioni che vedono un maggior impiego di lavoratrici come l’infermeria, la cura dei bambini negli asili nido e la vendita al dettaglio non è stato rilevato alcun miglioramento. Le suddette categorie di lavoratrici sono particolarmente vulnerabili e appartengono a un gruppo a rischio. Da febbraio sono circa 7 mila le lavoratrici che hanno perso il lavoro nel solo canton Ticino. Le aziende preferiscono ancora tagliare sugli impieghi femminili, magari a tempo parziale, considerati accessori. Badanti, collaboratrici della ristorazione e impiegate di commercio sono le categorie più colpite.

Il lavoro parziale

Fra i paesi EU, i Paesi Bassi occupano il primo posto per numero di lavoratori a tempo parziale, al secondo posto si colloca l’Austria. Un secondo dato importante da considerare è che l’incidenza del lavoro a tempo parziale varia notevolmente tra uomini e donne, il dato ci dice che sul totale delle donne occupate (fascia di età 20-64 anni) il 31,5% è occupato a tempo parziale, mentre sullo stesso campione maschile, la percentuale scende all’8,2%. È piuttosto semplice capire il perchè del divario, le donne si occupano maggiormente del lavoro di cura, rispetto agli uomini, ripiegando quindi sul lavoro a tempo parziale, mentre gli uomini si occupano a tempo pieno nel lavoro fuori casa. Osserviamo ancora che i paesi col maggior numero di lavoratrici a tempo parziale sono due paesi che hanno ottimi sistemi di previdenza sociale. Le donne si sentono rassicurate da questo che si può considerare un’arma a doppio taglio, perchè sembra essere un Welfare che accompagna ‘dolcemente’ le donne fuori dal mondo del lavoro. Tutto questo cosa significa? Sembrerebbe, a prima vista, che le donne di questi paesi abbiano una grande opportunità, ovvero quella di mantenere il proprio impiego a un ritmo decisamente sostenibile e potersi occupare del lavoro di cura senza grossi sacrifici, un affare insomma, almeno finchè non collassa parzialmente quel delicato equilibrio di attività sociali, commerciali e umane, che sono tutte correlate tra loro in modo imprescindibile. Cosa accade infatti quando chiudono improvvisamente le scuole e tutte le attività, statali e private, che aiutano e sostengono la gestione degli equilibri famigliari? In poche parole, chi si è occupato dei figli e delle attività straordinarie casalinghe, createsi durante l’emergenza pandemica? È logico pensare che se ne siano occupati quei genitori non impegnati a tempo pieno, ovvero, nel caso austriaco o dei Paesi Bassi, le donne impiegate solo a tempo parziale. Niente di nuovo si potrebbe pensare, in fondo è un sistema ben oliato, quello in cui le donne si dedicano in ugual misura al lavoro in casa e al lavoro fuori casa. Peccato in questo caso il lavoro in casa sia aumentato decisamente, in una situazione di estremo bisogno. Quali sono le conseguenze? Beh, non abbiamo ancora dei dati certi, ma è facile ipotizzare per l’impiego femminile, un calo della produttività (già precaria per i lavoratori a tempo parziale), difficoltà a portare a termine il proprio lavoro, sicuramente stress e frustrazione. Il lavoro a tempo parziale è uno strumento che andrebbe ugualmente distribuito come azione positiva tra i generi, o meglio, se quel sistema bilanciato in favore dell’uomo venisse riassestato su un equilibrio di parità, in termini di orario di lavoro fuori casa e dentro casa, il tempo parziale non avrebbe nemmeno ragione di esistere. Per concludere, l’aspetto del lavoro parziale in relazione alla crisi pandemica e le sue conseguenze riguarda sia le donne occupate in lavori qualificati che quelle impiegate in lavori meno qualificati. In entrambi i casi, le donne che lavorano ne escono indebolite, segnando purtroppo un passo indietro sulla strada della parità di genere.

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Il lavoro gratuito

All’inizio della pandemia, in Francia, ci sono state varie mobilitazioni, ad esempio, le sarte e le infermiere in prova. Durante il primo confinamento, tra il 17 marzo e l’11 maggio 2020, le oltre 5000 sarte del nord della Francia si ritrovano sul sito di una fabbrica chiusa oppure restano a casa per fabbricare le mascherine. L’impresa riceve i tessuti, li taglia, prepara le mascherine da assemblare, tutto il resto è compito delle volontarie: distibuzione, recupero, ecc. Si sarebbe creato così il più grosso laboratorio tessile in 48 ore. Sul sito internet ‘Les masques du Nord’, si cercano volontarie con una macchina da cucire, due ore di tempo libero alla settimana e soprattutto…amore! Così hanno gestito la penuria di mascherine, il governo francese, la regione Hauts de France e le imprese. Le frontiere tra lavoro pagato e lavoro gratuito sono scoppiate ed hanno seguito l’esempio altre province e regioni. Rispondere all’emergenza sanitaria è stata una bella impresa però non c’è stata nessuna ricollocazione della produzione tessile in Francia anche se veniva pubblicizzato il Made in France. Il lavoro della proletarie è rimasto invisibile anzi le loro competenze sono state squalificate. Però le industrie hanno potuto affermare: ‘’La crisi è una cosa buona comunque!” Il forte contrasto tra l’autocompiacimento degli industriali e la delusione e la rabbia delle sarte volontarie mette in risalto che non tutti hanno fatto…profitto! Le sarte hanno denunciato l’assenza di stipendio e l’industrializzazione della loro produzione volontaria di mascherine in questo sistema neoliberista che sfrutta il lavoro gratuito delle donne. Mentre, in questo tempo di guerra contro la pandemia, le sarte erano state invitate ad offrire il loro contributo volontario, altre donne sono state arruolate per amore o per forza. È il caso, ad esempio, delle infermiere in prova. Come numerosi studenti in medicina, sono andate ad aiutare nelle case di riposo per anziani e sono state caramente pagate tra 0.80 e 1.20 euro all’ora (1.40 euro per le più fortunate). Anche loro sono state invisibili anche se erano in prima linea come le cassiere o le maestre. Per denunciare la situazione allorché erano già lavoratrici precarie, hanno scritto “una lettera a cuore aperto” che finisce così: “È con piacere che abbiamo messo i nostri corpi a contribuzione per superare questa pandemia. Eppure chiediamo solo riconoscimento e considerazione da parte dei datori di un lavoro se non forzato almeno imposto.” Ecco il funzionamento del sistema capitalista e patriarcale come l’hanno descritto già le femministe marxiste tanti anni fa: è un sistema che regge sul lavoro gratuito delle donne e sul diniego di tale lavoro in nome di certi valori. Spetta a tutti noi decostruire questo sfruttamento con i “valori”. Chi deve definire il valore del lavoro se non le lavoratrici e i lavoratori?

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La famiglia, il telelavoro, la casa, la violenza domestica

Per quanto riguarda il confinamento, con scuole e centri di giorno chiusi, sono state le donne in grande maggioranza a farsi carico della cura della casa e delle persone che ci abitano, anche telelavorando. Specialmente complicata è la situazione, in Spagna, delle famiglie monoparentali dove l’85% è composto da donne che devono uscire a lavorare: dottoresse, infermiere, cassiere, badanti… che hanno anche figli da accudire, cosa fanno con loro? Se poi queste famiglie sono povere, il rischio è maggiore. Tenuto conto della diseguaglianza d’impiego, la temporalità e la precarietà tipiche dei lavori femminili, le famiglie dove è la donna l’unica fonte d’ingresso, si vedranno ulteriormente impoverite. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro con la pandemia, si perderanno almeno 25 milioni di posti di lavoro. In Spagna, che è un paese di servizi con poca industria, sicuramente sono e saranno le donne ad essere le più implicate, inoltre il settore maggiormente vulnerabile sarà quello del lavoro informale, ampiamente femminizzato e occupato in gran parte da migranti, che spesso lavorano senza nessun tipo di diritti e sono esposte a licenziamenti senza remunerazioni. Non bisogna nemmeno dimenticare che il 64% delle donne assassinate in tutto il mondo avviene a mani di un uomo convivente. Durante il confinamento, la violenza di genere è aumentata, con l’aggravante che le donne hanno più difficoltà a chiedere un aiuto esterno e molte hanno perso il lavoro, quindi non sono autonome economicamente. C’è un nesso tra la violenza di genere e le condizioni economiche che la promuovono, legate al sistema capitalista. Un’analisi materialista delle condizioni sociali delle donne, infatti, mette in chiaro il fatto che ciò che rende possibile la violenza nell’ambito domestico è la loro condizione di gruppo sociale sfruttato. Nel 2020 si è assistito a un aumento della violenza di genere legata alla situazione di confinamento per via della pandemia, secondo i dati pubblicati da Fiscalía. Nella Regione di Murcia (Spagna), per esempio, i casi di violenza denunciati sono stati 3.060 rispetto a 2.740 negli anni precedenti. Questi dati sono in linea con le cifre nazionali e globali, che indicano le donne come uno dei gruppi sociali più colpiti dalle conseguenze negative della pandemia. Un ulteriore dato interessante è la tendenza delle vittime a ritirare in un secondo momento la denuncia sporta (150 casi di ritiro nella sola Murcia nell’ultimo anno): possiamo dedurre che la causa di ciò, è in molti casi la situazione di dipendenza economica, la quale rende difficile o impossibile sottrarsi alla situazione di violenza.

Molte donne, infatti, si vedono costrette a vivere in situazioni domestiche abusive per via della loro dipendenza economica, oltre che per una sfiducia verso l’efficacia dei servizi sociali e il sostegno a loro disposizione; a evidenza di questo è il fatto che la violenza di genere sembra essere particolarmente grave nelle zone rurali, in cui le opportunità di lavoro sono ancora minori, come pubblicato in uno studio della Fademur (Federación de Mujeres Rurales). Le difficili circostanze familiari di queste donne vanno quindi comprese come effetto dell’ambito del mercato lavorativo, nel quale la presenza femminile è sempre minore rispetto a quella maschile. Per una donna senza un lavoro fisso e ben retribuito o che percepisce solo uno stipendio a tempo parziale, è impossibile lasciare il convivente violento a causa delle condizioni economiche pessime.

Dall’ufficio federale di giustizia della Svizzera emerge che soltanto il 20% dei casi di violenza domestica viene segnalato alla polizia. I centri di consulenza per le vittime osservano una tendenza al rialzo del numero di denunce; gli alloggi per donne sono spesso al limite delle loro capacità e in alcuni cantoni, si registra un aumento del numero di interventi della polizia.

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In Germania, durante la crisi covid, a causa della chiusura delle scuole, molte donne hanno dovuto rinunciare al lavoro, per occuparsi dei figli. Ma c’è chi è sfuggito alla disoccupazione, grazie al telelavoro, (chiamato anche home working) che ha rappresentato una salvezza, per chi doveva anche badare ai figli. Ma nel capitalismo si sa, ogni cosa viene trasformata in sfruttamento. Perché si rischia il raddoppiamento dei carichi di lavoro visto che l’home working non prevede orari e giorni fissi di svolgimento della prestazione lavorativa. Un’altra conferma che le donne proletarie sono state particolarmente colpite dagli effetti di chi con la pandemia ci ha guadagnato, lo mostrano i dati sulla violenza domestica, nel 2020 c’è stato lo 0,7% in più di casi rispetto allo scorso anno, precisamente 147,792 casi di aggressioni di cui  l’81% era su donne. Questo sicuramente è dovuto alla precarietà lavorativa e sociale che il governo tedesco come sempre  ha creato, nella sua incapacità di gestire gli effetti della pandemia, molte persone hanno perso il posto di lavoro e si sa che il precariato esistenziale unito al mancato appoggio di un governo borghese che causa tutto ciò dà origine alla violenza.

La dicotomia sfruttatore capitalista-operaio si replica nel rapporto tra uomo e donna in casa, dove le donne sono sfruttate per servire gli interessi materiali del sistema, che attraverso il sistema patriarcale esercita potere e controllo. Alle donne viene richiesto di lavorare gratuitamente, incaricate della cura dei bambini e dei lavori domestici. La stessa ideologia alla base dello sfruttamento e dell’oggettificazione del lavoratore è anche alla base dell’oggettificazione e dello sfruttamento della donna. Da una prospettiva marxista, la radice del problema deve quindi essere individuata nel funzionamento del sistema economico e di produzione. Da marxisti crediamo che la soluzione sia l’emancipazione economica delle donne, condizione imprescindibile, che non potrà mai essere offerta da un sistema capitalista basato sullo sfruttamento e sulla prevalenza del profitto sulle persone. L’aumento della violenza domestica originato dalla pandemia è uno dei tanti fattori che hanno messo a nudo i fallimenti del sistema capitalista. Una società comunista che offra la certezza di un lavoro e di una casa per tutti, consentirebbe alle donne che vivono in circostanze di violenza domestica l’opportunità di sottrarsi alla loro situazione.

Nelle ultime decadi, si è messo di manifesto che il neoliberalismo è una finzione, che si sustenta sulla vita di persone precarizzate e invisibili, che ha evidenziato la necessità di servizi pubblici di qualità per tutti, quindi è necessario ridefinire per completo il nostro modo di vivere, con il benessere di tutti gli esseri umani come obiettivo politico fondamentale e, nel mondo soltanto l’Urss e la DDR hanno messo come primo traguardo nel loro programma politico e sociale, che tutte le persone abbiano una vita degna, con lavoro, sanità, istruzione, ecc all’altezza di tutte le necessità. O comunismo o barbarie.

Fonti:

Austria/Paesi Bassi Österreichisches Institut für Wirtschaftsforschung, Research Brief 03/2020 / ec.europa.eu, Analisi Spring 2016

Francia Trasmissione radio (podcast.ausha.co: episode 4 – Exploitées / La fondation des Femmes): intervista della sociologa del lavoro gratuito, Maud Simonet e della sarta, Jackie Tadéoni – 14 aprile 2021) / Dal sito revue-salariat.fr, articolo che si intitola Aux masques citoyennes! (26 marzo 2021).

Spagna l’Organizzazione Internazionale del Lavoro / Beatriz Gimeno, Directora del Instituto de la Mujer / TG di La6 dell’ 8 Marzo 2021 / https://www.businessinsider.es/7-datos-muestran-brecha-laboral-mujeres-hombres-823487 /

http://www.fademur.es/notas_prensa/Resumen_estudio_vg_FADEMUR.pdf /

https://cadenaser.com/emisora/2021/06/14/radio_murcia/1623672792_625684.html

Svizzera Barbara Di Marco, candidata per Movimento per il socialismo al Municipio e al Consiglio Comunale di Lugano /

https://www.ticinoconfronti.ch/it/news/330-donne-e-lavoro-la-pandemia-inasprisce-le-disuguaglianze /

https://www.unisg.ch/de/wissen/newsroom/aktuell/rssnews/meinung/2020/juni/ein-jahr-nach-dem-frauenstreik-12juni2020

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